AMARCORD COMO

Como–Roma si gioca oggi, e in una specie di amarcord mi torna in mente un precedente di quarant’anni fa. O quasi. Correva l’anno 1986 ed era aprile: campionato a sedici squadre, due punti per la vittoria e tutte le partite al pomeriggio. Allegria. Poi, quell’anno, c’erano i Mondiali. Sì, i Mondiali di calcio, e per averne conferma basta ascoltare un bel pezzo di Antonello Venditti, Giulio Cesare. Era l’anno dei Mondiali, quelli dell’86, quando Paolo Rossi era un ragazzo come noi.

Proprio perché c’erano i Mondiali (sempre con la M maiuscola), il campionato finiva prima. Quell’anno addirittura l’ultima domenica di aprile. Un po’ prestino. E comunque, a quella partita la Roma si avvicinò soltanto con la speranza di un sogno impossibile. La possibilità di vincere un altro scudetto, dopo quello mitico dell’83, era svanita la settimana prima all’Olimpico — ancora senza copertura e con il sole che picchiava — contro il Lecce, in una delle partite più assurde dell’intera storia romanista. Il Lecce, ultimo e già retrocesso, vinse per 3-2 tra l’incredulità di tutti i presenti. E anche degli assenti che, a quei tempi, la partita dovevano ascoltarla con la radiolina.

A Como, però, bisognava andarci lo stesso. E ci mancherebbe. Qualcuno scrisse su uno striscione: “Una presenza che vale più di uno scudetto”, sottolineando il fatto che i veri tifosi si vedono proprio in quei momenti. Difficili, amari, ma necessari perché — come scrisse quel genio di José Saramago — la sconfitta non è mai definitiva. E neanche la vittoria.

A Como, in quella lontana domenica d’aprile, andai pure io. Con un pullman che non arrivava mai: dieci ore di viaggio, ma eravamo giovani e ci passava tutto, nei mesi più divertenti della mia vita. Era l’anno della maturità e avevo trascorso giorni spassosi a Vienna, nella gita dell’ultimo anno. E la Roma sembrava volare, con una rincorsa incredibile prima dell’infausta partita con il Lecce.

Un periodo divertente che si sarebbe interrotto all’inizio dell’autunno, con la tremenda notizia della malattia di mio padre. Incurabile.

Come la fede dei romanisti, che quel giorno invasero Como pur sapendo che ormai non c’era più niente da fare. Alla Juve sarebbe bastato un pareggio a Lecce (proprio a Lecce) per vincere lo scudetto.

Quel giorno a Como pioveva che Dio la mandava. Abbozzammo pure una partitella tra le pozzanghere di una piazza lariana. Poi allo stadio, con un impermeabile azzurro, tanta voce e la certezza che anche quell’anno lo scudetto lo avrebbe vinto la Juve.

La Roma perse 1-0 contro il miglior Como della sua storia, che si piazzò addirittura all’ottavo posto. Quest’anno potrebbe fare meglio. A quarant’anni di distanza.

Ah, ricordo che proprio in quei giorni di aprile si rischiava una guerra con la Libia. E qualche buontempone scrisse su uno striscione: “Gheddafi bombarda Torino”. Oggi chissà quale clamore mediatico avrebbe una simile vicenda. All’epoca scatenò soltanto qualche risatina. Niente di più.

Quarant’anni fa, nell’anno dei Mondiali. Quelli dell’86, quando Paolo Rossi era un ragazzo come noi.

Alla prossima.

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