VIVAVOCE 

Il vivavoce è quella trovata tecnologica che ormai abita stabilmente nei nostri smartphone e che ci permette di ascoltare, durante una telefonata, il tizio dall’altra parte del filo senza stare incollati all’aggeggio. Una volta si sarebbe detto “alla cornetta”. Io lo uso di rado: sono un tipo discreto e mi imbarazza far sapere i fatti miei all’umanità che, suo malgrado, mi gira intorno in un dato momento. 

Riconosco però che, in certe situazioni, è utile. Per esempio, quando chiami uno di quegli uffici che ti mettono in attesa perché — sussurrano perentori — “al momento le linee sono intasate e gli operatori sono tutti occupati”. “Poveri” non lo dicono, ma lo aggiungo io: spesso si tratta di lavoratori e lavoratrici di call center sfruttati e sottopagati, a ulteriore dimostrazione che aveva ragione, e quanto c’aveva ragione, il fratello figlio unico di una strepitosa canzone di Rino Gaetano. 

Negli ultimi tempi, però, ho scoperto che l’uso del vivavoce è cresciuto in modo esponenziale. E l’ho scoperto soprattutto viaggiando su autobus e metropolitane, con la costante compagnia di qualche libro che mi aiuta a trascorrere fruttuosamente quel tempo che altrimenti sembrerebbe ozioso, quasi sprecato. E, citando sempre pora nonna, “è sempre il caso de non buttà gnente”, tantomeno il tempo: quello che resta da campare, chi può saperlo? 

Ecco: capita spesso, durante questi viaggi metropolitani, di ritrovarmi accanto a qualcuno che usa il vivavoce senza minimamente curarsi del fatto che intorno ci siano persone alle quali non interessa nulla di ciò che sta raccontando al telefono. E così l’interlocutore — probabilmente a sua insaputa, o forse a sua saputa chissà — finisce trasmesso in un intero vagone della metro. Nelle ore di punta, poi, con un’audience discreta, da far invidia a certi pessimi programmi televisivi. 

D’altra parte, per godersi le comodità del vivavoce senza rompere le scatole a chi magari vuole stare tranquillo, distendersi o — peggio — concentrarsi sulla lettura di pagine importanti, basterebbero le cuffiette. Che però, a quanto pare, nessuno compra più. O forse nessuno si ricorda di portarle dietro. Così capita di ascoltare discussioni telefoniche più o meno toste, più o meno raffinate, o — peggio ancora — strofe di qualche pezzo canoro che con la musica c’entra ben poco. 

Di fronte a tali situazioni torna il dilemma leninista del “che fare”. Insultare il tizio col vivavoce a palla, costringendolo peraltro a una figura di merda anche con il suo interlocutore dall’altra parte del filo? Oppure, tra uno sbuffo e l’altro, lasciar perdere, sperando che un giorno qualcuno cominci a distribuire cuffiette gratis all’ingresso delle metropolitane, come si faceva in certe occasioni con i preservativi. L’accostamento è azzardato, lo so, ma mi è venuto così, di botto e di getto. E senza vivavoce. 

Alla prossima.

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