REFERENDUM CONDOMINIALE parte I
I due tizi s’incontravano spesso. Come capita a chi
vive nella stessa palazzina, in appartamenti né troppo lunghi né troppo larghi,
separati solo da pochi metri. Eppure, quelle porte chiuse bastavano a creare
una distanza quasi incolmabile: un confine segnato da un semplice tappetino,
utile per pulirsi le scarpe prima del trionfale ingresso in salone.
Qualcuno – ma questa è una divagazione oziosa – le
scarpe se le toglie appena varcata la soglia, per una questione igienica che
alcuni considerano sacrosanta e altri una mania da fricchettoni fuori tempo
massimo. Non sappiamo quali fossero le abitudini dei due tizi; quando
apparivano sul pianerottolo, avevano entrambi le scarpe ai piedi. Scarpe
comode, certo, ma inadatte a cerimonie impegnative.
Si salutavano sempre con cordialità e, talvolta,
scambiavano qualche battuta: sullo stato del palazzo, sull’ultima riunione
condominiale, o su qualche vicino da sparlare – come accade in ogni condominio,
più o meno infelice come le famiglie descritte da Tolstoj in Anna Karenina.
Condividevano la passione per il calcio. Tifavano la
stessa squadra, anche se le partite le guardavano ognuno per conto proprio.
Quando la loro squadra vinceva, non brindavano con lo Stock come in un vecchio
carosello, ma si felicitavano a vicenda, come se avessero vinto loro e non
fossero, invece, spettatori sempre più ai margini dello spettacolo.
Quel giorno c’era un bel sole. Fresco, sì, ma almeno
non pioveva come nei giorni precedenti. Era caduta così tanta acqua che dal
soffitto del palazzo si erano aperte alcune crepe, e qualche goccia cadeva sul
pavimento. «Che schifo», commentò il tizio più stagionato. «Gliel’avevo detto a
quell’incapace dell’amministratore: bisognava chiamare la ditta per riparare il
tetto. Se non si sbriga, un giorno ci crollerà tutto addosso.»
L’altro, più giovane e ancora in età lavorativa, non
poté che condividere. Il disprezzo per quell’amministratore, messo a guardare i
conti degli inquilini, era una delle poche cose che li accomunava.
Per il resto, niente. Il pensionato usciva sempre
presto per fare due passi e comprare il giornale. Sì, ancora lo comprava,
benché avesse uno smartphone che usava solo per le funzioni più basilari.
Sceglieva un celebre quotidiano romano, edito da una famigerata famiglia di
palazzinari: un giornale dalla prosa sciatta e dai contenuti discutibili, ma a
lui bastava. Sembrava che tutto il mondo girasse intorno ai suoi titoli
roboanti, soprattutto quando si trattava di cronaca nera. Degli esteri gli
importava poco, e di economia capiva solo quando il conto del supermercato
aumentava. A casa aveva pochi libri: qualche classico di una vita fa e
improbabili best seller regalati da parenti o amici.
L’altro, invece, era un sincero progressista. Anche
lui comprava un quotidiano nell’unica edicola rimasta aperta, ma si informava
in tutti i modi. Pur non appartenendo a nessuna generazione di nativi digitali,
si sforzava di essere moderno. Smart. Ma con una casa affollata da libri
rigorosamente cartacei.
Era sabato. C’era il sole, non pioveva. E i due, come
accade a chi vive in spazi murati distanti solo pochi metri, s’incontrarono.
Nel cortile, davanti a una piccola aiuola.
Parte II
Mi chiamo Guido e ho superato i sessant’anni da un
pezzo. Sono pure in pensione. Mi è andata bene: quando c’era la famosa “quota
cento”, durata appena due anni, io mi sono fatto trovare al posto giusto nel
momento giusto. Come un centravanti di razza che ribadisce in rete una respinta
del portiere. In Inghilterra lo chiamano tap-in, ma io le lingue
straniere non le ho mai approfondite troppo. Mi basta la lingua del mio Paese —
anzi, della mia nazione — l’italiano che viene dal latino, quando ai tempi
della Roma imperiale si parlava in mezzo mondo.
Insomma, oggi mi godo la pensione dopo una vita da
geometra in una società immobiliare. Facevamo un po’ di tutto: compravendite,
valutazioni, visure catastali. Alla fine ero diventato il più esperto, e tutti
si fidavano di me. Intanto vivevo la mia vita da uomo tranquillo, qualcuno
direbbe “moderato”. E da moderato ho votato un po’ di tutto. Perfino il grande
Partito Comunista, quando ancora esisteva. Ma ero giovane, e col tempo ho
capito che certa sinistra predica bene e razzola male: si carica sulle spalle
tutti i problemi del mondo, ma quando gli chiedi di farsene carico davvero
scappano come i peggiori vigliacchi. Prendi gli immigrati, i clandestini: tutti
bravi a dire che bisogna accoglierli, ma poi, quando gli chiedi di ospitarne
uno a casa loro, ti rispondono “e perché mai?”. Tanto deve pensarci lo Stato.
Sì, lo Stato… magari con i soldi tolti a noi italiani. Prima gli italiani,
questo è sacrosanto.
Così, dopo quella sbandata giovanile, mi sono spostato
a destra. Anche perché, a un certo punto, è arrivato Re Silvio. L’ho votato,
così come dopo ho votato la Lega e ora la Meloni. Una che viene dalla
Garbatella e parla come noi che abbiamo lavorato una vita, cresciuto figli e
magari ci siamo pure comprati un appartamento.
Io qui ci abito da venticinque anni. Vado d’accordo
con quasi tutti, tranne quando si parla di spese condominiali. E visto che ho
un sacco di tempo libero, seguo pure la politica. Leggo il Messaggero,
soprattutto le pagine di cronaca di Roma, e guardo un sacco di talk show,
soprattutto quelli delle reti Mediaset, quelle di Silvione — sempre sia
benedetto.
Ogni tanto discuto con qualche vicino che mi sta meno
simpatico. L’altro giorno parlavo con questo Fabrizio, che vive qui da qualche
anno. All’inizio mi era pure simpatico: tifiamo la stessa squadra, stavo quasi
per invitarlo a pranzo. Poi ci siamo azzuffati su certe questioni politiche e
sociali, e mi è andato un po’ sulle scatole. Però ci salutiamo cordialmente.
Anche oggi. Anzi, siamo pure andati a prendere un caffè al bar sotto casa,
giornali sotto le ascelle. Sul bancone dei gelati c’erano dei volantini sul
prossimo referendum, e lui — come diciamo a Roma — ha attaccato la pippa. E
così è partito il dibattito, manco fossimo ospiti da Del Debbio o dalla Gruber.
Alla prossima.
Mi chiamo Fabrizio e abito nella stessa palazzina di Guido. Anzi, sullo stesso piano. Ci salutiamo cordialmente quando ci incrociamo sulle scale o davanti all’ascensore. Quando sono venuto a vivere qui, lui già c’era e mi era pure simpatico. Mi sembrava il classico tipo che sa fare tutto, uno di quelli che — come dice la canzone di Battisti — con un cacciavite fa miracoli. Io, invece, al massimo cambio una lampadina; e quando in casa ho un problema un po’ più serio, tipo il rubinetto che perde o la caldaia che fa i capricci, chiamo subito un tecnico. Uno bravo, possibilmente.
No, Guido non lo chiamo più da quella volta che abbiamo battibeccato. Lui ce l’aveva con “tutti questi immigrati” che, secondo lui, sporcano i quartieri e violentano le donne. Io ho provato a spiegargli che, purtroppo, gli stupratori non hanno nazionalità — anzi, la maggior parte sono italiani — e quanto alla pulizia, non è che noi italiani siamo mai stati un modello di civiltà. Ma tant’è. Da quel giorno ho capito che era meglio evitarlo. Anche se, ogni tanto, qualche battuta ce la scambiamo comunque, soprattutto sul calcio: tifiamo la stessa squadra, e quando i nostri segnano un gol importante abbracceresti chiunque, pure il peggiore infame.
In realtà, in questo palazzo ci sto poco. Esco la mattina presto per andare in ufficio e torno nel tardo pomeriggio. E quando rientro, mi chiudo in casa e non voglio vedere né sentire nessuno. Soprattutto di questi tempi, che me li vivo proprio male: questo governo di fascisti ripuliti ne tira fuori una al giorno. Dovevano aumentare i salari e mandare la gente in pensione prima, e invece stanno a discutere di chi va come ospite a Sanremo. Una volta l’ho detto a Guido: “Quelli che voti tu dicono un sacco di balle.” Lui si è risentito e mi ha risposto per le rime: “E allora gli amici tuoi? Quelli hanno pensato a tutti tranne che ai lavoratori! Sono dei traditori!” Traditori. Ha detto proprio così. Che poi, chi sarebbero questi “amici miei”? Io spesso neanche ci sono andato a votare. E figurati se posso essere amico di Renzi o di quelli del PD. Al massimo ho preso una sbandata per i Cinque Stelle: mi sembravano onesti, puliti, carucci. Quando dicevano “Apriremo il Parlamento come una scatoletta di tonno”, io ci ho creduto e mi sono fomentato. Poi, però, che delusione. Altro che scatoletta di tonno: hanno governato con tutti, con quel beota di Salvini, poi col PD, e addirittura sono finiti in un governo presieduto da un banchiere pescecane. No, per carità.
Così mi ero ripromesso di non votare più nessuno, quasi di ritirarmi a vita privata. Ma questi fascisti al governo proprio non li sopporto. E questo referendum, poi: vogliono prendersi tutto, come quelli di Romanzo criminale, pure i giudici e la magistratura. Chissà cosa ne pensa quello stronzo del mio vicino di pianerottolo.
Ah, eccolo. Che faccio, lo evito o lo saluto? Come diceva il vecchio Nanni in quel film che vidi da pischello prima di andare a una festa: ci vado e mi metto in un cantuccio, o non ci vado proprio? E non è questione di essere notati o meno — ho chiuso pure i social e dell’apparenza non me ne importa quasi niente. È che questi non li reggo proprio. E nemmeno quelli come Guido, che li votano.
Alla prossima.
Oltre il portone di ferro con il citofono dotato di videocamera — l’ossessione securitaria aveva contagiato tanto i più reazionari quanto i sinceri democratici — si apriva un ampio cortile con qualche aiuola. Un tempo quello spiazzo sarebbe stato occupato da ragazzini vivaci e rumorosi che avrebbero inventato giochi sempre nuovi oppure tirato calci a un vecchio pallone di plastica o di cuoio.
Ora di bambini nel palazzo ce n’erano pochi e a quei pochi era impedito di giocare e schiamazzare nel cortile. Che facessero sport in qualche struttura organizzata e, magari, rigorosamente a pagamento.
In quel cortile, durante un giorno di sole che annunciava quasi un precoce arrivo della primavera, s’incontrarono i nostri due personaggi: il pensionato Guido, con il suo look sobrio, e il più giovane Fabrizio, in felpa e pantaloni da tuta. Sembrava quasi un maranza fuori concorso — e fuori età.
«Buongiorno, buongiorno, come va?» I soliti convenevoli di rito, che non si negano nemmeno alle persone che si spera di non incontrare mai.
Cominciarono parlando dell’ultima giornata di campionato e di qualche problema condominiale: la nuova cooperativa che gestiva le pulizie del palazzo non sembrava particolarmente efficiente e quelle scale erano sempre sporche, diamine!
Quell’insospettabile cordialità li condusse al bar per una colazione. Il barista era un ragazzo che si alternava con un collega dall’aria ancor più sbarazzina. Ordinarono due caffè e decisero di gustarli seduti a un tavolo.
Sul frigo-bar era appoggiato un quotidiano con i titoli del giorno, mentre dallo schermo della TV, sempre accesa, scorrevano brevi notizie.
Tra le notizie spiccava quella del referendum che si sarebbe tenuto tra poco più di un mese e che riguardava materie assai complesse: niente meno che la giustizia.
Sette articoli della Costituzione da modificare, con al centro la questione della separazione delle carriere. Nessuno dei due, in realtà, conosceva a fondo la vicenda. Guido aveva studiato poco diritto quando si era diplomato, una vita prima, come geometra; Fabrizio si era buttato su studi umanistici e filosofici — insomma, quelli che danno poco da mangiare.
Fu Guido a iniziare, con un’intemerata contro quei magistrati che avevano, a suo dire, liberato i pericolosi manifestanti che avevano messo a ferro e fuoco la città di Torino e, addirittura, pestato un povero poliziotto.
«Ma come si fa?» affermava perentorio il pensionato. «Come si fa a lasciare in libertà questi mascalzoni? Magari sono figli di qualche giudice o magistrato, è per questo!»
Fabrizio si limitò, sulle prime, ad ascoltare quasi rassegnato quel principio di monologo. Aveva in programma una partita di padel e non intendeva far tardi per un’assurda discussione con quel burbero che detestava e che ora, incredibilmente, gli sedeva davanti mentre facevano colazione. Però non poteva nemmeno tacere.
«Sono stati liberati perché siamo ancora in uno Stato di diritto, per fortuna. Il carcere dovrebbe essere disposto solo in pochi e circostanziati casi. Fino a sentenza definitiva tutti sono presunti innocenti.»
Poi aggiunse: «Certo, con questi qui al governo siamo messi male. E se dovesse passare anche la riforma costituzionale che hanno approvato, buonanotte. Ci ritroveremmo presto come in Ungheria, dove i magistrati fanno quello che chiede il governo.»
La discussione, insomma, era appena partita. I due si infervoravano come quegli insopportabili ospiti di un salotto televisivo.
E a quel punto ciascuno spiegò perché avrebbe votato: uno per il sì, l’altro per il no.
Alla prossima.
«’Sti giudici so’ tutti de sinistra! La Polizia arresta i delinquenti e
loro che fanno? Li liberano subito! E magari mandano in galera qualche
innocente e non pagano mai. Come quel poveraccio di Enzo Tortora, te lo
ricordi?»
«Sì, ero piccolo ma me lo ricordo bene Tortora. E mi ricordo pure Portobello:
lo facevano il venerdì e, a casa, non ce lo perdevamo mai.»
«E però che c’entra Tortora con ’sta porcheria che vogliono fare quelli al
governo? L’ha detto pure Gratteri — che certo non è un seguace di Palmiro Togliatti
— che la separazione delle carriere è un falso problema, perché di fatto già
esiste. Solo un numero piccolissimo di magistrati passa da una carriera
all’altra. Quindi il problema è un altro.»
«E quale sarebbe, sentiamo.»
«È semplice. Cominciano da norme tutto sommato poco incisive per dare un segnale e poi andare oltre. In sintesi, vogliono che la magistratura faccia quello che dice il governo. Hai letto oggi la storia dei rider, quelli che ci portano la pizza? Pagati quattro spicci, sfruttati e umiliati. Se non fosse stata la magistratura a intervenire, avoja ad aspettare che il governo facesse qualcosa.»
«Eh però te la fai troppo semplice. Mo’ i giudici so’ diventati santi! E poi, detto da gente di sinistra… mi ricordo bene quello che dicevate.»
«Che dicevamo?»
«Che quello che c’è scritto sui codici e nelle aule — tipo “la legge è uguale per tutti” — è una stronzata, perché la giustizia è sempre al servizio di chi c’ha il potere. Solo che, ultimamente, così mi pare, ’sti magistrati — almeno alcuni — ostacolano tutte le attività di questo governo, che comunque è stato votato dalla maggioranza degli italiani. Ricordatelo!»
«Ma quale maggioranza, che qui a votare non ci va più nessuno!»
«E per colpa vostra, di quelli di sinistra che hanno tradito tutti gli ideali! Almeno quelli che voto io fanno quello che dicono. E poi mi tocca votare sì perché questa è la riforma che voleva il povero Silvio, che riposi in pace. Uno che non l’hanno fatto lavorare: i giudici l’hanno massacrato, poveraccio!»
«Ma quale massacrato! Silvio era un bandito conclamato e faceva cascare tutti i processi perché c’aveva un sacco di soldi. I problemi della giustizia, semmai, sono altri, non quelli di questa riforma utile solo a mettere il bavaglio ai giudici onesti. Che poi, che mi tocca difendere i magistrati mi sento pure male… però io vado a votare no soprattutto per dare una mazzata a ’sto governo di fascisti, ecco.»
«E io voterò sì perché ’sto Paese deve essere rimesso in riga. Ma ti pare giusto che i giudici condannano lo Stato a risarcire una che voleva portare altri clandestini, che poi magari andavano a rubare? O che non ci fanno fare i centri in Albania, che ci servono: così, quando arrivano, li impacchettiamo e li spediamo oltre i confini. ’Sti giudici non sono patrioti, ecco. E vanno limitati e castigati!»
«Ah, ecco. Non è per garantire il giusto processo, come dite. È perché volete che i magistrati diventino funzionari del governo. Ormai siete smascherati. E speriamo che gli elettori vi diano una bella lezione, anche se non ho tanta fiducia in ’sto Paese di analfabeti!»
«Ecco, vedi? Voi di sinistra non avete rispetto per gli avversari. Sempre con ’sta spocchia da primi della classe. Che poi, primi de che? Ora vedrai che vincerà il sì e avremo finalmente un giusto processo, come diceva er poro Silvio. E questa riforma sarà tutta per lui.»
«E per Licio Gelli, er poro Licio, dove lo metti?»
«Aho, s’è fatta una certa e devo andare a fa’ la spesa.»
«Pure io. E sta’ sicuro che quella costerà uguale pure dopo ’sto referendum che, alla fine, non è che ci cambia tanto la vita.»
«Appunto.»
«Alla prossima, Fabrizio!»
«Alla prossima, Guido. Statte bene! E vota NO»
La chiamano “la Costituzione più bella del mondo”.
Qualcuno, almeno. E come dimenticare i monologhi di Roberto Benigni? Anche se,
a dirla tutta, a me Benigni è piaciuto sempre meno: da pungente satiro si è
trasformato, col tempo, in una sorta di menestrello di corte, buono per tutte
le stagioni.
Eppure, la Costituzione qualcosa di buono lo contiene
davvero. Fu scritta un po’ da tutti: democristiani, socialisti, perfino
comunisti — pensa te. Dai fascisti no, ovviamente: loro erano fuori dall’arco
costituzionale. Erano, appunto. Perché oggi stanno addirittura al
governo del Paese, anche se in tanti — troppi — fanno finta di non
accorgersene. E pretendono pure che gente che gira ancora con la fiamma nel
cuore e il ricordo imperituro di Almirante (per non parlare di chi tiene in
casa il busto dell’impiccato) si dichiari antifascista. È come chiedere a me di
diventare della Lazio. O quasi.
Tra meno di un mese ci sarà il referendum
costituzionale per modificare ben sette articoli della Carta. Io non farò
appelli alla Barbero o alla Pisani: non sono famoso come loro, né bravo come
loro. Ma sulla mia scheda metterò un bel no. E lo farò anche se non ho
mai avuto grande simpatia per giudici e magistrati; se mi fossi laureato in
giurisprudenza, avrei scelto di fare l’avvocato, difendere qualcuno invece di
indagarlo o condannarlo.
Non credo che la legge sia davvero uguale per tutti, e
mi tocca pure ammettere che la giustizia è spesso uno strumento di classe, al
servizio di chi comanda. Nessuna simpatia, insomma, per chi indossa la toga
come nella canzone di De André: “giudice finalmente arbitro in terra del bene e
del male”.
Ma questa riforma è l’ennesima porcheria di chi
governa oggi: un tassello in più per modificare l’architettura istituzionale e
costruire uno Stato a loro immagine. Un passo verso quelle democrazie
autocratiche e illiberali — tipo l’Ungheria di Orbán — dove il governo decide
su cosa la magistratura deve indagare e chi deve colpire.
Non penso che i magistrati diventeranno mai amici dei
poveracci, ma se passasse questo referendum non ci sarebbe alcun miglioramento
nella giustizia. Ci sarebbe solo un’ulteriore legittimazione per chi è al
potere di fare il bello e il cattivo tempo. Un altro passo verso un baratro che
non è ancora inevitabile.
Se vincesse il no, almeno, ci toglieremmo la
soddisfazione di vedere le facce meste di chi oggi governa e che io, proprio,
non sopporto. E magari — chissà — sarebbe l’inizio della loro fine.
Alla prossima.

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