REFERENDUM

Capita sempre più spesso di ricevere, soprattutto tramite un diffuso programma di messaggeria gratuito, qualche meme: immagini accompagnate da una breve didascalia che pretendono di spiegare, in poche battute, concetti che meriterebbero ben altro livello di approfondimento. Ma, come si dice, chi ha più tempo?

Tra poco più di un mese si terrà il referendum sulla conferma o l’abolizione di una legge costituzionale che ha modificato ben sette articoli della Carta del 1948. Il nodo centrale è quello della cosiddetta “separazione delle carriere”, ma è evidente che la questione è politica. Un’eventuale vittoria del “sì” rappresenterebbe un successo per il governo in carica, che avrebbe così mano libera nel portare avanti il proprio progetto: quello di assoggettare definitivamente la magistratura all’esecutivo. Con buona pace dell’indipendenza e dell’autonomia dei magistrati, che rischierebbero di trovarsi a operare seguendo le indicazioni del governo. In una sintesi estrema: se l’esecutivo decidesse che ci si deve occupare solo dei borseggi in metropolitana e non di corrotti, corruttori e tangentari, così dovrebbe essere.

Non sono mai stato, né intendo diventare, un tifoso dei magistrati; e mai, nella vita, avrei fatto il giudice, neppure nella versione ironica cantata da De André. Tuttavia, credo che questo referendum rappresenti un bivio fondamentale per il mantenimento, in questo Paese, di un minimo di agibilità democratica. E per evitare che l’Italia scivoli verso un modello di autocrazia simile a quello dell’Ungheria di Orbán.

Per questo sarebbe auspicabile che i cittadini si informassero davvero. Ma, nell’epoca delle vignette, dei meme e di un’IA che presto ci solleverà persino dal peso dei pensieri minimi, la speranza è poca. Non resta che augurarsi che, nonostante tutto, prevalgano i “no”. Senza per questo fare il tifo per i magistrati.

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