MIGRAZIONI 

Non ho mai pensato seriamente di andare a vivere altrove. Un’altra città, un altro Paese. Ho sempre viaggiato per piacere, per vacanza, o per ritrovare qualche amico che, invece, quella scelta l’aveva fatta davvero. Per volontà o per necessità. 

La storia dell’umanità, del resto, è una storia di migrazioni. E come ricordano tutti i manuali di storia degni di questo nome, anche noi “latini dalla pelle chiara” – qualcuno persino biondo e con gli occhi azzurri – affondiamo le radici nel ceppo indoeuropeo. Prova però a spiegarlo a chi è convinto che “ognuno deve stare a casa sua” e non tollera l’idea stessa di contaminazione tra persone provenienti da angoli diversi del mondo.

 

Si può affermare, con un buon grado di approssimazione e di attendibilità, che le migrazioni siano state spesso un problema per l’umanità. Alcuni storici sostengono persino che il crollo dell’Impero Romano sia dipeso in larga parte da una gestione incerta dei flussi migratori. Pensa un po’. 

Eppure, un tempo, il diritto di spostarsi non veniva messo così pesantemente in discussione. Se ragiono in termini liberi e razionali, trovo assurdo che un individuo non possa scegliere dove vivere, dove costruirsi una vita. Soprattutto se proviene da un Paese povero, dove le possibilità di sopravvivere dignitosamente sono ridotte al lumicino. 

Negli ultimi decenni, però, gli Stati hanno costruito un apparato giuridico, normativo e poliziesco che rende complicatissimo ciò che dovrebbe essere naturale: spostarsi da un luogo all’altro del mondo. 

In Italia, poi, l’orribile retorica sui migranti – descritti come portatori di problemi e malattie – è diventata uno dei cavalli di battaglia di forze politiche di destra sempre più reazionarie. Ieri, mentre il pavido Mattarella se ne stava a Cortina a godersi la neve e a festeggiare qualche successo sportivo, il Consiglio dei ministri approvava un provvedimento destinato a diventare legge dello Stato. Una legge che peggiorerà ulteriormente la condizione materiale e sociale di tanti poveracci provenienti soprattutto dal Sud del mondo, imponendo nuove norme restrittive. Norme che, di fatto, sanciscono un razzismo istituzionale da cui discendono le derive razziste che vediamo ogni giorno. 

La deportazione dei migranti in campi di detenzione – i CPR – costruiti all’estero con la complicità di qualche governante senza scrupoli; il blocco navale; la guerra alle ONG che garantiscono soccorso; e poi le “chicche”: i limiti ai ricongiungimenti familiari, il divieto di usare smartphone nei CPR. Siamo al limite, e oltre, dell’infamia. Fascisti e infami: due parole che, alla fine, vanno sempre a braccetto. 

E comunque, tranquilli: gli Stati-nazione non sono sempre esistiti e non corrispondono a nessun diritto naturale. Bisognerebbe ricordarlo più spesso, in un mondo dove troppi considerano “casa propria” un luogo solo perché ci sono nati. Niente di più sbagliato. 

Alla prossima.

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