SIMULATORI

In Italia — senza indulgere nei luoghi comuni, ma nemmeno fingere che non esistano — abbondano furbetti e furbacchioni. È una fauna variopinta, capace di mettere in scena comportamenti tutt’altro che esemplari, anzi spesso scorretti, opachi, eticamente discutibili, purché se ne ricavi un vantaggio. Penso a chi evade il fisco con creatività degna di un artista concettuale; a chi scavalca la lista d’attesa in ospedale grazie all’amico infermiere o portantino; al tassista che da Ostia a Fiumicino ti chiede quaranta euro rigorosamente senza ricevuta (esperienza personale). Perfino al supermercato c’è chi arraffa il numeretto di chi rinuncia alla fila, invece di fare la cosa più semplice e corretta: buttarlo.

E poi, come negarlo, c’è quella nutrita schiera di lavoratori “garantiti” negli enti pubblici che devono la loro posizione più a una spintarella che al merito. Ma queste furbate, si sa, diventano improvvisamente innocue quando riguardano noi. “Che avrò mai fatto?”, “così fan tutti”, e via con l’assoluzione plenaria.

Lo stesso meccanismo si ripete nel tifo calcistico, che spesso — pur con una certa approssimazione — funziona come una metafora della società. È accaduto, in un sabato sera dedicato a San Valentino, che un giocatore dell’Inter simulasse un fallo inesistente, ottenendo un vantaggio poi decisivo. Apriti cielo. Indignazione nazionale, richieste di squalifiche esemplari, esclusioni dalla Nazionale, e naturalmente la consueta pioggia di insulti sui social.

Io, spettatore quasi disinteressato e con un pizzico di sadica soddisfazione — perché il torto, per una volta, lo subiva un club storicamente abituato a “rubacchiare” rigori e favori arbitrali — mi sono messo comodo ad assistere alla tenzone. Ma intanto ripensavo a tutte quelle occasioni, ben più serie, in cui di fronte ai furbetti veri non si solleva alcuna indignazione. Per dire: una ministra della Repubblica è indagata per essersi intascata i soldi della cassa integrazione durante l’emergenza COVID. È ancora al suo posto. Evidentemente i suoi peccati non sono così gravi come quelli di un ragazzetto in maglietta e calzoncini che simula un fallo su un campo di calcio.

E del resto, che sorpresa dovrebbe essere? Siamo pur sempre nella terra dei cachi, dove ci si indigna a comando, si perdona a convenienza e si fa la morale solo quando non costa nulla. Qui la furbizia non è un vizio: è un patrimonio nazionale. E guai a toccarlo. Anche perché, restando nel calcio, grazie a una furbata la nazionale italiana vinse il suo ultimo campionato nel mondo, nel 2006. Alla prossima.

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