DOCCIA
Ero seduto su una sedia scomoda mentre viaggiavo in direzione Cristoforo Colombo sulla famigerata Metro Mare. Primo pomeriggio: per alcuni ora di pranzo, per altri – come me – il momento di tornare a casa dopo una mattinata impegnativa. Avevo conquistato con un certo impegno il mio posto a sedere, incastrato tra due tizi larghi di spalle, entrambi immersi nei loro smartphone.
In quelle situazioni, lo ammetto, mi scatta una curiosità quasi sociologica. Cosa faranno mai con quei piccoli computer che ci portiamo dietro? Che notizie leggono, a quale gioco giocano, quale messaggio staranno inviando e a chi? Poi, però, prevale la discrezione: non voglio sembrare un ficcanaso, e così mi rifugio nel mio libro, sperando che le sue pagine rendano il viaggio breve ma sereno.
Il problema, però, sono quelli che stanno in piedi. Proprio davanti a te. E che parlano con un tono impossibile da ignorare.
Ieri, per esempio, c’erano un ragazzo e una ragazza appena usciti da scuola. Abiti sportivi, niente look da maranza: due adolescenti italianissimi. Lui, brufoloso e coi capelli folti (beato lui), lei magra, sorridente, caruccia. Classi diverse. Lui, all’ultimo anno, parlava dell’organizzazione della festa dei “cento giorni”. Ancora si fa questa roba, pensavo. E a quanto pare ora dura pure un intero weekend.
Ma non era questo a catturare la mia attenzione. Era la sua invettiva contro una compagna che, a suo dire, “è di sinistra e quindi non si lava e puzza”. Di sinistra, zozza e puzzolente.
E lì, inevitabilmente, mi sono sentito chiamato in causa. Anche io sono di sinistra, eppure mi lavo. E anche se non lo facessi con regolarità, dubito che emanerei chissà quali effluvi: certe cose dipendono dagli ormoni, non dall’orientamento politico.
Il ragazzo continuava imperterrito, vantandosi di farsi due docce al giorno (che poi non fa neanche bene), mentre la sua amica – seduta, nel frattempo, accanto a me – annuiva convinta. E io pensavo amaramente che certi discorsi me li sarei aspettati da un cinquantenne rancoroso, uno di quelli cresciuti negli anni Ottanta che ripetono “si stava meglio prima”.
Da un liceale dell’ultimo anno, sinceramente, speravo in qualcosa di meglio che non un cliché da cabaret di bassa lega, alla Andrea Pucci. Che, purtroppo, è della mia generazione.
Alla prossima.

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