LAVOREREMO DA GRANDI di Antonio Albanese

Lavoreremo da grandi. Il titolo del nuovo film di Antonio Albanese è già un programma, anzi, un piccolo spoiler della storia. I protagonisti sono quattro adulti: tre uomini di mezza età e il figlio di uno di loro, un po’ più giovane. Le loro vite sono un catalogo di fallimenti, sebbene i fallimenti esistenziali sfuggano sempre a una definizione precisa.

Uno ha perso la zia che lo adorava, ma in eredità gli ha lasciato solo trucchi e parrucche, mettendolo letteralmente nei guai. Un altro fa l’idraulico, ma a differenza dei colleghi non si è arricchito. Il terzo — interpretato dallo stesso Albanese — è reduce da matrimoni falliti, suona musica dodecafonica (una tortura per chiunque sia costretto ad ascoltarla) e ha un figlio appena uscito di prigione.

Una notte, all’uscita da un pub di provincia dove hanno bevuto più del consentito, si innesca una vicenda che in alcuni momenti sfiora il thriller. Compare un quinto personaggio, anche lui un fallito di provincia, alle prese con l’alcol e con una compagna che non vuole più saperne. E poi altri ancora, tutti goffi, caricaturali, incastrati in una narrazione che forse sarebbe stata più a suo agio in una pièce teatrale che in un film dal tono surreale.

Albanese non pretende di lanciare messaggi profondi né di affrontare temi sociali o filosofici. Il film è una commedia leggera che, però, racconta bene un’umanità refrattaria a qualsiasi forma di responsabilità, condannata così a esistenze inappaganti e quasi insignificanti.

Nel complesso, è esattamente ciò che mi aspettavo. Confesso che, se il mio cinema avesse avuto una programmazione diversa, me lo sarei volentieri risparmiato sul grande schermo, aspettando l’uscita in TV. C’è di peggio, certo, ma con Cento domeniche Albanese mi aveva convinto molto di più. Consiglio spassionato: aspettate la televisione. Gli otto euro e rotti del biglietto si possono investire meglio. Al prossimo film.

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