PIOVE SU ROMA

Pioveva che Dio la mandava, questa mattina. Quasi a voler infliggere un'ulteriore pena a chi è costretto alle catene del lavoro salariato persino nel giorno della vigilia di Natale; oppure, chissà, a smentire le argute tesi sui cambiamenti climatici e sulla siccità. Siccità è anche il titolo di un recente film di Paolo Virzì, a mio avviso tutt’altro che memorabile. 

L’acqua scendeva dal cielo a secchiate e, nel buio delle prime ore del mattino, diventava difficile perfino evitare le pozzanghere su strade la cui manutenzione è stata falcidiata da anni di manovre di bilancio lacrime e sangue. A proposito: il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, un signore che ha studiato alla Bocconi (me cojoni, e ci fa pure rima!) e tifa per il Southampton pur sedendo in un esecutivo di incalliti sovranisti, si è detto soddisfatto perché i conti sono in ordine e lo spread non impazzirà. Do you remember lo spread? Quando se ne parlava durante quei governi definiti “tecnici”, presieduti da economisti e banchieri come Monti e Draghi, che non mostravano alcuno scrupolo nel colpire salari e pensioni? Quante critiche da parte di chi, ieri, sedeva all’opposizione e oggi, invece, governa facendo le stesse cose. Ma tanto il popolo dorme, e sembra quasi di sentire quel canto delle cicale che conclude una straordinaria canzone di Fabrizio De André, La domenica delle salme. Mentre il cuore d’Italia, da Palermo ad Aosta, si gonfiava in un coro di vibrante protesta. E via,appunto, col coro delle cicale. Chapeau. 

Pioveva forte in questo giorno che per molti (ma non per tutti) si concluderà con il tradizionale cenone della vigilia, rigorosamente a base di pesce. La mia cucina preferita, almeno questo. L’edicola dove di solito compro il quotidiano era stranamente chiusa. Il signore che la gestisce, un uomo avanti con gli anni, con un marcato accento romano e una comprensibile insofferenza verso la fastidiosa campana della chiesa di fronte — rumorosa e insistente, suona ogni mezz’ora — oggi aveva deciso di fare “sega”. O forse si era semplicemente concesso un supplemento di riposo, viste le condizioni meteo. 

Ho ripiegato su un’altra edicola, perdendo minuti preziosi. Dovevo prendere un treno, anzi un trenino che passa ogni venti minuti, e gli orari sono quelli. Quando ho parcheggiato davanti alla stazione, mancava poco più di un minuto al suo arrivo. Davanti a me ho visto l’ombra di un uomo, giovane a giudicare dal passo, infagottato nel suo k-way, che ha iniziato a correre. In lontananza si sentiva già il rumore del treno, puntuale come una beffa. 

Per un istante ho pensato di seguirlo, di mettermi nella sua scia come quei ciclisti definiti con disprezzo “succhiaruote”. Ci ho pensato: avrei dovuto correre sull’asfalto bagnato, con una borsa a tracolla e un ombrello zuppo in mano. Ho anche provato, con uno scatto che ricordava quello di quegli atleti che hanno smesso da un pezzo e partecipano, ogni tanto, a partite di beneficenza. Niente da fare: pochi metri, il tempo di arrivare al tornello per timbrare l’abbonamento, e mi sono arreso. Il giovane col k-way era già sparito. Era sul treno che ho visto partire e allontanarsi proprio mentre mettevo piede sulla banchina. 

Pioveva che Dio la mandava e scoprivo, ancora una volta, che ci sono cose che, a un certo punto, non si possono più fare. Come correre a perdifiato per non perdere un treno in una giornata in cui l’acqua scende dal cielo a secchiate. E allora non resta che attendere il prossimo, venti minuti dopo, cercando — per non sentire, citando Baudelaire, “l’orribile fardello del tempo che passa” — un rimedio. Che, nel mio caso, non è nel vino ma, più semplicemente, nel disincanto e nell’ironia. Ci provo, almeno.

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