UN SEMPLICE INCIDENTE di Jafar Panahi

Un film premiato a Cannes con la Palma d’Oro non poteva certo mancare alla visione di chi, come me, trascorre diverse ore della propria esistenza nei mesi meno caldi (o più freddi, fate voi) dentro sale cinematografiche preferibilmente vintage.

La storia si apre nel buio di una città iraniana: un’auto percorre una strada isolata. A bordo ci sono un uomo alla guida, la moglie incinta al suo fianco e, sul sedile posteriore, una bambina piuttosto vivace. Tutto sembra scorrere senza intoppi finché l’uomo non investe un cane. «Nulla succede che Dio non voglia», dice la donna, e l’incidente pare davvero banale, tanto che l’uomo prosegue la marcia.

All’improvviso, però, l’auto si ferma. Serve un meccanico. Ed è proprio in quell’officina che il protagonista — un gendarme del regime, riconoscibile dalla sua gamba malandata, mutilata durante un’operazione militare in Siria — si imbatte in un uomo che, al contrario, è un oppositore politico. Quest’ultimo ha subito persecuzioni e violenze nei posti di polizia e nelle carceri del governo, e riconosce subito in quel cliente apparentemente qualunque uno dei suoi aguzzini.

Il meccanico lo rapisce, pur nutrendo dubbi sulla sua reale identità. Per scioglierli, si rivolge ad altri compagni che hanno vissuto sulla propria pelle la brutalità del regime. È davvero lui? E, se lo fosse, sarebbe giusto ucciderlo, cedendo a un desiderio di vendetta che appare quasi naturale? Oppure sarebbe meglio lasciarlo andare, per segnare una distanza morale da quell’aguzzino e dai suoi simili?

Il film, inevitabilmente, tocca temi sociali e politici, ma si sviluppa poi come un thriller psicologico, con un finale aperto che lascia spazio a molte interpretazioni.

È un’opera costruita su dialoghi e ritmi lenti, dove il senso più profondo, probabilmente, risiede nella domanda se sia possibile — o necessario — restare umani in qualsiasi circostanza.

Per la visione, sconsigliati i seguaci di Checco Zalone: negli spot prima del film ho visto un suo trailer e mi sono chiesto come si possa ridere per certe scemenze. Quanto a me, non posso che confermare l’apprezzamento per questo regista iraniano, Jafar Panahi, tanto bravo quanto coraggioso.

Alla prossima sala.

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