BABBO NATALE AL BAR

Passando davanti a un bar mi ha colpito l’imponente sagoma di un Babbo Natale. Rigorosamente vestito con la sua divisa d’ordinanza, bianco e rosso come le maglie del Piacenza o, per salire di livello, del Bayern Monaco. Il pupazzo si muove quasi fosse vero, accenna un sorriso e sta lì, davanti a quell’esercizio dove si servono caffè e cappuccini, a ricordarci che tra poche settimane si celebreranno le feste natalizie. In realtà, richiami al Natale se ne vedono già da un mesetto per le strade, ma questo fantoccio grande e grosso, chissà perché, ha catturato maggiormente la mia attenzione e sbloccato ricordi risalenti addirittura all’infanzia.

Nella mia famiglia, il mitico Babbo Natale passava quasi inosservato. Troppo esotico: un signore che veniva da paesi lontani e freddi, con la sua immancabile slitta. Noi eravamo più provinciali — oggi, forse con una parola un po’ dura, si potrebbe dire “sovranisti”. Senza offesa per nessuno, tantomeno per gli interessati.

Noi avevamo la Befana, che veniva (e ancora viene) di notte con le scarpe tutte rotte. E noi ragazzini aspettavamo la Befana per quei pochi regali che arrivavano, facendo finta di stare al gioco e di crederci davvero. In realtà eravamo già abbastanza scafati, o forse disincantati, per non credere che davvero una vecchietta bizzarra venisse a mettere i doni sotto l’albero. E poi, quei regali non erano né tanti né sorprendenti: genitori, nonni e zii conoscevano bene le nostre richieste e le assecondavano senza troppa fantasia.

Babbo Natale, invece, non pervenuto. Il giorno di Natale era soprattutto un grande pranzo in un salone affumicato dalle sigarette dei tanti tabagisti incalliti presenti a tavola.

Poi arrivava la Befana, o meglio l’Epifania. Che tutte le feste si portava via. Con nostro sommo dispiacere, perché si concludevano le lunghe e meritate vacanze scolastiche. Qualcuno, con una buona dose di cinismo, ci ricordava che la pacchia era finita, proprio mentre scartavamo i nostri pochi regali portati — sia ben inteso — dalla romanissima Befana e non dal freddo Babbo Natale. Che, per conto nostro, stava bene dove stava: in mezzo alla neve di qualche lontano e sperduto paese vicino al Polo. Peggio per lui. Alla prossima.

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