IL SANTO NATALE E LA CGIL
Una volta
l’anno arriva. E non ci si può fare niente. Proprio niente. In estate, quando
il caldo costringe a dormire con le finestre spalancate sul balcone, almeno si
può installare una preziosa zanzariera che tiene lontani gli insetti molesti. Ma
a Natale non c’è rimedio: le feste arrivano e basta.
Mi riferisco, evidentemente, al Santo Natale e a tutto
ciò che gli ruota intorno: vigilia, Santo Stefano (pare il primo martire
cristiano della storia), l’ultimo dell’anno e via discorrendo. Quest’anno, poi,
il calendario è stato generoso: giovedì Natale, venerdì Santo Stefano, e subito
dopo sabato e domenica. Quattro giorni consecutivi di vacanza: so’
soddisfazioni. Chissà che ne pensano quegli infami al governo che criticano i
leader sindacali per gli scioperi sempre di venerdì. Che anche Gesù Cristo si
sia iscritto alla CGIL? Boh.
Non voglio fare il solito radical che detesta le feste
natalizie perché simbolo di consumismo ossessivo e distrazione dalle questioni
serie. Alla fine, me le prendo volentieri: giorni di vacanza dal lavoro, un po’
di serenità, magari un film al cinema (astenersi cinepanettoni). Tuttavia, non
posso non provare una buona dose di irritazione per i rituali stanchi che
accompagnano queste feste.
Le cene prenatalizie con gruppi che frequenti solo per
un interesse specifico (allenamenti sportivi, corsi vari), gli aperitivi con
colleghi che detesti cordialmente per trecentosessantacinque giorni l’anno —
trecentosessantasei nei bisestili, che portano pure sfortuna — e la gente che
si rincorre per scambiarsi auguri. “A te e famiglia”: ma se non ce l’ho, la
famiglia, che fai, cambi la formuletta?
Personalmente mi sottraggo a queste sciocchezze.
Faccio gli auguri solo a poche persone con cui condivido sinceri rapporti di
stima, affetto e amicizia. Sobrio anche con i regali: li odio, non solo per una
questione di portafoglio. Detesto le code. Oggi c’era fila persino in farmacia:
la gente ha paura di ammalarsi proprio sotto Natale.
E poi, l’abbacchio chi se lo magna? Con buona pace del
povero Gesù Cristo che, almeno, quest’anno ci ha regalato quattro giorni
consecutivi di non lavoro. Neanche fosse della CGIL.
Alla prossima.

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