JUVENTUS

È l’ultima trasferta dell’anno. Intendendo, ovviamente, l’anno solare: quello dei trecentosessantacinque giorni che diventano trecentosessanta sei nei bisestili, quando febbraio è un po’ meno corto (e meno amaro?) del solito. E comunque, per noi malati di pallone e di Roma, l’anno vero non comincia a gennaio e non finisce a dicembre: parte con la preparazione estiva di luglio e si chiude, più o meno, alla fine di maggio, quando il caldo umido comincia ad appiccicarsi alla pelle.

Quest’anno solare era iniziato con una gita a Bologna, trasferta chiusa per i soliti, frequenti e ignobili motivi addotti dall’altrettanto ignobile e inutile Osservatorio Nazionale per le Manifestazioni Sportive (ONMS), dove per puro caso ero presente in una tribuna Hospitality con tanto di buffet. Buffet del quale, peraltro, approfittai in modo assai parsimonioso: quando gioca la Roma, lo stomaco tende a chiudersi. Ecco.

A dicembre, invece, il calendario ci propina l’escursione in casa dell’odiata Juventus. E più passano gli anni, più scopro quanto Torino sia lontana. A due passi dalla Francia, con treni che chiamano “frecce” giusto per darsi un tono. Perché da Roma a Torino, sui binari della cosiddetta alta velocità, ci vogliono quasi cinque ore. All’andata come al ritorno. Anzi, al ritorno, per arrivare a Milano, mi faccio addirittura cinque fermate: dopo Porta Nuova e Porta Susa (un abbraccio alla Val di Susa), arrivano le tre meneghine — Garibaldi, Rogoredo dove c’è la sede di Sky, e niente meno che Rho. E lì mi si sblocca un ricordo della fine degli anni ’70, quando la Rhodense partecipò alla Serie C2, meritandosi pure una figurina Panini. Insomma, c’è mancato poco che incontrasse pure la Lazio.

Lo stadio della Juventus, intitolato per ragioni di sponsor e di vil pecunia a una nota compagnia assicurativa, è una delle esperienze più infami che possano capitare a un tifoso della Roma. Personalmente ci ho messo piede più volte e ho rimediato solo un paio di scialbi pareggiotti. Per il resto, solo serate amare che — come cantava Fiorella Mannoia — “lascia stare, tanto ci potrai trovare qui”. Eccetera eccetera.

Eppure, ogni volta che ci si appresta a questa infame trasferta, ci si dice sottovoce: “Ma hai visto mai che stavolta sia quella buona?”. Non potrà andarci sempre male, no? La legge dei grandi numeri non vale pure per noi? E poi, quest’anno la Juve non sembra proprio uno squadrone, non è quella che aveva quel maniscalco di Beppe Furino e altri dieci nazionali. Quindi, che dobbiamo fare?

Niente. Nonostante un primo tempo apprezzabile, giocato costantemente — ma infruttuosamente — nella metà campo degli strisciati più odiati del mondo, scagliamo un’altra volta. Lo score finale dice 2-1 per la Juve e, alla fine, non mi resta che ingoiare l’amaro boccone. Intorno a me, dal settore ospiti, vedo gente che insulta (spesso a buffo) gli juventini festanti che defluiscono dalle tribune vicine. E rifletto sul fatto che c’è sempre qualcuno che trova un “nemico ciccione” da insultare. “A ciccione!”. Poi guardo il tizio che lancia l’invettiva e scopro che pure lui non è esattamente in peso forma. E mi concedo un sorriso. Amaro, chiaramente.

Considerazioni a margine: a Torino, in questo fine settimana, non si respira solo il clima natalizio, con la gente che gira con le buste piene di regali. C’è pure un governo di miserabili che mostra i muscoli e riempie la città di blindati e celerini equipaggiati di tutto punto, in un momento di discreta tensione sociale. E la mattina, mentre faccio colazione in albergo prima di dirigermi verso Porta Nuova, scopro che alcuni di questi ceffi alloggiano nel mio stesso hotel. Insomma, mai una gioia.

Note positive? Faceva meno freddo del previsto, anche se scendeva una fastidiosa pioggerellina. E i ravioli al bosco, gustati in un buon ristorante vicino alla stazione dopo la partita, erano decisamente apprezzabili. Magari il piatto poteva essere più abbondante, ma pazienza. Almeno non ingrasserò e nessuno potrà insultarmi sfidando il body shaming con l’epiteto “a ciccione!”.

Torno a casa nella tarda mattinata di una domenica prenatalizia e l’unica consolazione è che la classifica è ancora buona e quell’altri — quelli che si dovrebbero estinguere — stanno ancora dietro, a distanza di sicurezza. E allora che dire? All’anno nuovo. Che poi, per noi malati di pallone e della Roma, è ancora quello vecchio iniziato a luglio con la preparazione estiva. Alla prossima trasferta e al prossimo anno.

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