CAGLIARI
C’è una celebre canzone di Edoardo Bennato che porta come titolo L’isola che non c’è: melodia un po’ malinconica e testo che invita a non lasciarsi sconfiggere da una vita troppo piatta, a continuare a sognare, anche a occhi aperti. Che c’entra con la trasferta di Cagliari? Beh, intanto Cagliari sta su un’isola, anzi meglio: è il capoluogo di una Regione che sta su un’isola. E poi, noi romanisti, di sogni calcistici ne abbiamo fatti parecchi nelle ultime settimane. Solo quindici giorni fa eravamo primi in classifica, guardavamo tutti dall’alto verso il basso e tra noi ci dicevamo: “Aho, va beh, ce lo sappiamo che ci sono squadre più forti… ma hai visto mai? E il Leicester di Ranieri? E il Verona di Bagnoli? Noi siamo pure meglio di loro!”
Insomma, non è vero ma ci credo. Il primo schiaffo è arrivato già contro il Napoli, ma a Cagliari è stato peggio: prestazione brutta, brutta davvero, e inevitabile sconfitta contro una squadra che con noi sembra sempre giocare in casa. Il gallo ha cantato e ci siamo risvegliati. Almeno così pare, perché sono sicuro che basteranno due buoni risultati di fila per far ripartire quella canzoncina che finisce con la strofa del “vinceremo il tricolore”… o qualcosa del genere.
La trasferta, poi, è stata consumata tutta in una giornata, anzi in poche ore. Ciampino è comodo e la domenica sul mitico GRA non c’è nessuno. Però il volo parte in ritardo: cose che succedono con le compagnie low cost, che usano gli aerei come autobus avanti e indietro. E il ritardo, inevitabilmente, alimenta le derive cospirazionistiche di qualcuno che pensa: “Lo fanno apposta pe’ nun mannacce a vedè la partita!”
Arriviamo a Cagliari intorno all’una. Con un amico dribblo lo schieramento di gendarmi in attesa della tifoseria ospite e mi concedo un piatto di pasta al sugo in un localetto dentro l’aeroporto. Poi taxi e ingresso in un settore ospiti davvero scomodo, con quella rete che ti costringe a continui spostamenti della testa per vedere decentemente la partita, a rischio di cervicali e torcicolli. Ma tant’è.
La partita, come già detto, è un disastro. Si perde, e al ritorno in aeroporto arriva la notizia che pure il volo di rientro partirà in ritardo. Nel frattempo seguo le vicende degli altri che, fortunatamente, non vanno oltre un pareggio casalingo contro il Bologna che tremare il mondo fa (una volta). Mi consolo pensando che, comunque, stiamo sempre otto punti sopra. E questi non sono sogni, ma solide realtà.
Per il resto, che mi stiano lontani tutti quei sedicenti romanisti che non vedevano l’ora di perdere un paio di partite per poter dire: “Aho, ve l’avevo detto!” Per me si dovrebbero estinguere, almeno come tifosi.
Alla fine l’aereo scende a Ciampino e riesco addirittura a tornare a casa
prima delle dieci di sera. Insomma, niente male, non fosse per il risultato e
per quell’isola che non c’è. Almeno per ora.

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