ABUSO DI FARMACI
Quindi, proprio ieri, mi sono recato in farmacia. Una farmacia vicino casa, quella che ormai, posso dire, frequento abitualmente. Un tempo — e neanche così lontano — non mi sarebbe mai venuto in mente di scrivere “la farmacia che frequento abitualmente”. Ma poi arriva il suo momento: quello del colesterolo da tenere sotto controllo e della prostata che s’ingrossa. Per noi maschietti; le donne, si sa, hanno altri problemi.
Ieri, però, non sono andato nella mia farmacia “di fiducia”, così di fiducia che una dottoressa, tempo fa, mi ha persino regalato un calendario per l’anno nuovo, per mie e personali esigenze. No, la questione era un po’ più seria e riguardava un familiare particolarmente sofferente in questi giorni. E io, alle sofferenze fisiche, sono particolarmente sensibile — se non altro per puro egoismo. Quando vedo qualcuno star male, ma male davvero, mi chiedo: e se capitasse a me? Con la mia soglia del dolore praticamente inesistente, sarebbero guai seri.
Comunque, mi è venuto da raccontare questa mia sortita in farmacia per altre ragioni, per certi dettagli che hanno solleticato il mio discutibile spirito d’osservazione. Ieri ci sono andato ben tre volte. La prima: niente da fare. La farmacista mi ha detto che il prodotto richiesto — necessario per alleviare le sofferenze del familiare dolorante — non era disponibile. “Possiamo ordinarlo, ripassi dopo le sei”, ha aggiunto. Affare fatto.
Sono tornato e, stavolta, ho preso un numero che mi dava la precedenza su tutti gli altri clienti ordinatamente in fila: il numero del ritiro dei sospesi. Un passaggio rapido, certo, ma al prezzo di beccarsi gli sguardi truci di chi aspettava il proprio turno.
Ebbene, anche il secondo tentativo è andato a vuoto. E pure il terzo (ritenterò oggi), perché — si sa — sotto Natale le consegne rallentano. Ma confesso che ho raccontato tutto questo perché colpito da un fatto preciso: in tutte e tre le occasioni ho trovato la farmacia piena di gente. Piena come n’ovo, avrebbe detto pora nonna. Donne e uomini che, quando arrivava il loro turno, ci stavano un bel po’ e uscivano talvolta con buste piene di roba, neanche fossero al supermercato.
Così ho iniziato a chiedermi le ragioni di questo boom di acquisti. Ho immaginato persone in ansia, quasi nel panico, al solo pensiero di un improvviso mal di testa prima del cenone della vigilia o, peggio, durante l’impegnativo compito di tirare il tabellone della tombola. Sarebbe una tragedia — lo dico con amara ironia — vedere le feste rovinate da una cefalea o da un mal di stomaco. Meglio prevenire che curare.
Io, intanto, ero lì in fila, pensando a chi, come il mio familiare, aveva
davvero bisogno di un farmaco per alleviare una sofferenza reale. E davanti ai
volti soddisfatti di quelli che uscivano con buste piene di Tachipirine,
antinfiammatori e altre scorte che forse scadranno inutilizzate in qualche
cassetto, mi veniva da pensare che questo Paese — o questa nazione, fate voi —
si meriterebbe proprio l’estinzione.

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