GLASGOW 2

Recarsi in Scozia, più precisamente nella plumbea Glasgow, per ben due volte in poco più di un mese è un’impresa che nessun tour operator consiglierebbe. Ma quando c’è di mezzo la Roma, ogni premessa perde di senso: il diabolico sorteggio europeo ci ha riservato un doppio appuntamento scozzese. Prima i Rangers, sconfitti senza troppi patemi a novembre, e ora, in pieno dicembre e a ridosso delle feste natalizie, i Celtic. Una squadra che, tutto sommato, porta con sé una storia più affascinante, legata a un pezzo di Scozia fieramente anti-unionista e cattolica, con una tifoseria che anche di recente ha manifestato con coraggio e determinazione il proprio punto di vista su questioni politiche e internazionali di grande rilievo.

Questa è la terza trasferta europea stagionale, e l’organizzazione del viaggio deve inevitabilmente fare i conti con limiti di bilancio rigorosi. A confronto, quelli che si occupano della manovra finanziaria ci potrebbero spicciare casa. Il nostro programma, quindi, presenta modalità che è meglio non raccontare a chi non è intossicato da passioni estreme: non capirebbero mai.

Così, pochi comprenderebbero le ragioni che ci portano a Barcellona prima di arrivare a Glasgow. Ma tant’è. Atterriamo all’aeroporto El Prat nella tarda serata di mercoledì, giusto il tempo di sistemarci in una sorta di ostello, consumare una cena che avrebbe meritato l’immediata visita di un gastroenterologo, dormire qualche ora e ripartire verso la Scozia.

Ad accoglierci, oltre al cielo plumbeo e alla pioggia immancabile, ci sono i controlli di passaporti e visti ormai obbligatori per entrare nel Regno Unito. Proprio in fila, mentre attendo di passare il mio documento allo scanner, assisto a una scena esilarante: un tizio, un bel lupacchiotto d’antan, tatuaggi persino sul viso, si imbatte in qualche difficoltà e dimostra di non essere affatto padrone della lingua.

Ripetiamo la camminata per il centro di Glasgow, celebre anche per la sua prestigiosa Università. Fa più freddo rispetto alla nostra recente visita, ma osserviamo con stupore tanti scozzesi girare in calzoncini e maglietta a maniche corte. Per loro, evidentemente, gli otto-dieci gradi del mattino equivalgono alle nostre ottobrate romane o alle estati di San Martino. Contenti loro.

Io, invece, prima di andare al Celtic Park mi copro di tutto punto: calzamaglia termica e ben due paia di pedalini, perché il piede, si sa, deve stare caldo. Una scelta che mi premierà, annullando i fastidi del fresco umido scozzese.

Il resto lo fa la Roma, con una prestazione di livello: tre gol rifilati ai malcapitati avversari già nel primo tempo e pratica chiusa. Peccato per l’assenza allo stadio dei gruppi organizzati del Celtic, che mi ha privato della possibilità di vivere la partita in un’atmosfera ancora più affascinante.

Il viaggio di ritorno verso Roma, complice lo sciopero proclamato dalla CGIL proprio per il venerdì, si trasforma in un massacro fisico: volo diretto a Malpensa, Uber fino a una Milano centrale incredibilmente mite e soleggiata, e infine treno verso la capitale nel pomeriggio. Insomma, come si dice, “all’ammazza Cristo”.

Però la Roma ha vinto, e a livello economico la trasferta è stata poco dispendiosa. E questo conta, perché come diceva il grande Mandrake interpretato da Gigi Proietti in Febbre da cavallo: “Er problema sta a monte. Ar monte dei Pegni”. Alla prossima.

Alla prossima.

Commenti

Post popolari in questo blog