UNA GIORNATA UGGIOSA

In questa giornata che potrei definire “uggiosa” – facendo il verso a una vecchia canzone del mitico (?) Lucio Battisti – mi ritrovo a parlare di elezioni. Certo, potrei scegliere argomenti più incisivi e accattivanti, ma il viaggio di stamattina sui mezzi pubblici romani non mi ha offerto spunti particolari, se non l’amabile conversazione di due ragazze e un ragazzo diretti a scuola. 

Proseguo, dunque, con le elezioni che si sono svolte nel fine settimana in tre diverse regioni e che hanno prodotto esiti ampiamente previsti e prevedibili. Nessuna sorpresa, insomma: come quando l’Inter o il Milan vincono in casa contro il Cagliari.

 

Al di là delle discussioni su chi abbia vinto e chi abbia perso, e sui nuovi presidenti di Regione – che non sono “governatori”, come certa stampa insiste a scrivere, e sarebbe bene ribadirlo per precisione terminologica – ci sono considerazioni più profonde da fare. 

Se allarghiamo lo sguardo anche alle elezioni amministrative svolte da settembre in avanti, emerge un dato che dovrebbe alimentare dibattiti senza fine: solo quattro elettori su dieci, circa, si sono recati alle urne nelle regioni interessate. Eppure, a parte qualche commento fugace, i nostri politici preferiscono celebrare vittorie che, alla luce di questi numeri, appaiono mutilate. 

Attenzione, perché così come nello sport si dice che vincere aiuta a vincere, nel gioco elettorale l’astensione rischia di alimentare altra astensione. Immaginiamo un cittadino che, titubante, si sia recato alle urne in queste ultime tornate: di fronte a dati così allarmanti potrebbe pensare “ma chi me lo fa fare?”. Non è escluso, quindi, che gli astenuti aumentino nelle prossime elezioni, politiche o amministrative. 

E allora, quando non li voteranno più neppure i parenti, cosa diranno i nostri politici? Continueranno con le loro analisi surreali, festeggiando percentuali che nascondono la perdita di centinaia di migliaia di voti in termini assoluti, urlando e saltellando sguaiatamente? Probabilmente sì, perché questa classe politica sembra consapevole della propria inadeguatezza e, in fondo, della propria sostanziale inutilità in un sistema dove le decisioni fondamentali vengono assunte da soggetti economici che operano su un livello superiore a quello nazionale. Certo, chi governa regioni o paesi qualche funzione la esercita, e dunque qualche danno lo può pur sempre fare. 

Semmai, bisognerebbe chiedersi a quali categorie appartengano i sempre più numerosi cittadini che scelgono di astenersi. Mi viene in mente una contrapposizione tipica dei nostri tempi, forse ormai più rilevante di quella tra capitale e lavoro: quella tra i “garantiti”, sempre meno e sempre più anziani, e i “non garantiti”. Sono soprattutto questi ultimi a rinunciare al voto, convinti che “uno vale l’altro”, che nessuno li rappresenti davvero, o per altre ragioni. Sarebbe auspicabile che questa parte crescente della popolazione scegliesse almeno di fare politica con altri mezzi. 

Per ora mi limito a constatare il dato e a provare un senso di commiserazione verso quei politicanti che esultano per vittorie risicate, pur avendo perso pacchetti consistenti di voti in termini assoluti. Alla fine di questo ragionamento, penso che forse fosse meglio parlar d’altro. In questa giornata uggiosa, ecco, senza arrivare però a chiedersi, come nella canzone già citata, il senso di vite spese male. Alla prossima.

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