PERDENTI
Domenica scorsa lo sport nazionale – o meglio, nazional‑popolare – ha offerto due appuntamenti di rilievo. La finale delle ATP Finals Eight di tennis a Torino, con protagonisti l’altoatesino Jannik Sinner e lo spagnolo Carlos Alcaraz, e a seguire la partita di qualificazione ai prossimi Mondiali di calcio della nazionale italiana.
Come accade ormai di frequente, è stato il tennis a regalare maggiori soddisfazioni alla platea nazional‑popolare: Sinner ha vinto in due set, mentre i calciatori sono usciti pesantemente sconfitti dai colleghi norvegesi. Da lì, inevitabile, il dibattito: paragoni a non finire tra l’ottimo tennista dai capelli rossi e i deludenti calciatori, spesso più noti per i tatuaggi che per le prestazioni in campo.
La scena ricorda i tempi della scuola: il secchione lodato da tutto il
corpo docente e chi non raggiungeva risultati dignitosi messo all’indice e
fustigato, almeno a parole.
Io, invece, ho sempre avuto un’indole particolare: sto dalla parte dei perdenti. Confesso che chi vince sempre, dopo un po’, mi annoia. Non per invidia o gelosia, forse solo per pigrizia. Vincere di continuo è stressante e rende le rare sconfitte un peso insostenibile. Chi non è abituato a perdere soffre molto di più quando capita. Al contrario, chi perde spesso, quando finalmente assapora un successo, prova una gioia immensa.
Ho buttato il discorso un po’ in canzonella – o, come si dice dalle mie parti, in caciara. Ma ribadisco: non amo i vincenti seriali, così come non amavo i compagni che prendevano sempre nove o dieci a scuola. Magari sbaglio, boh.
E quanto alla nazionale di calcio, che vada ai Mondiali oppure no chissenefrega! Per me può continuare pure a perdere.
Alla prossima.

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