CREMONA

Cremona ha l’odore di tempi lontani. Quando la Cremonese oscillava tra la massima serie e la cadetteria, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta. Più di recente, un’altra comparsata in Serie A l’ha riportata tra i grandi, ma il famigerato Osservatorio Nazionale per le Manifestazioni Sportive ci impedì di raggiungere la ridente cittadina lombarda.

Una città che si fregia di opere artistiche di pregio, tra cui il mitico Torrazzo di Cremona, edificato in epoca medievale. Me ne parla a lungo un romanista di vecchia data, uomo di antico corso e provata fede, capace di unire l’utile dei tre punti da conquistare al dilettevole dell’arte e della cultura.

A parte queste necessarie divagazioni, la trasferta di Cremona – che feci più volte quando ero giovane e senza problemi di prostata e colesterolo – presenta difficoltà logistiche. Non ci sono più i treni di una volta, quelli che fermavano anche nelle stazioni più remote; oggi sono meno frequenti, soprattutto di domenica. In pratica, per arrivare a Cremona in treno bisogna passare da Milano e tornare indietro.

Alla fine, quindi, scelgo il viaggio in macchina con un consolidato gruppo di amici. L’orario del match è quello preferito dai trasfertisti incalliti: alle tre del pomeriggio, così da finire alle cinque e rientrare a casa a un’ora decente, senza notti in albergo.

Si parte presto e il viaggio scorre piacevole, accompagnato dal pensiero di ciò che potrà accadere in questa fondamentale domenica di campionato. Se dovessimo vincere, potremmo ritrovarci primi in classifica. Una bella sensazione.

L’unico momento imbarazzante capita quando indosso la calzamaglia nel bagno di un autogrill, pronto ad affrontare i rigori della terra cremonese. Missione compiuta: poco dopo siamo allo stadio. Fa freddo, ma non più che a Roma. L’inizio del match è tosto, come previsto: la Cremonese è solida e guidata da un allenatore esperto in salvezze miracolose.

La Roma, però, è tenace e forte. Così, nonostante un arbitro un po’ “zuzzerellone”, segniamo tre gol e intoniamo quella canzoncina che ci accompagna in questo autunno, chiusa da un auspicio e una speranza: che, dopo tanto soffrire e peregrinare, finalmente arrivi ciò che sarebbe il minimo che Gesù Cristo – o chi per lui – ci dovrebbe concedere.

Tre a uno, e si torna nella capitale con calzamaglia e termica ancora addosso, senza pioggia fino a Firenze e con un inedito pranzo al sacco, gradevole e decisamente cheap, come direbbero a Londra.

Sul far della sera, quando si conclude il derby di Milano e realizziamo di essere primi in classifica con due punti di vantaggio sulle seconde alla dodicesima giornata, qualche pensiero comincia a farsi strada nelle nostre teste. Il viaggio è ancora lungo, certo… ma che te pare?

Alla prossima.

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