POTEVO CHIEDERE COME SI CHIAMA IL VOSTRO CANE

Questa mattina ho preso, come mi accade spesso, il celeberrimo trenino Roma-Lido, oggi ribattezzato Metromare. Ogni volta che cambia gestione gli danno un nome nuovo, proprio come succede agli stadi quando cambiano sponsor. Ti ricordi quello dell’Udinese? Prima portava il nome di una marca di automobili che richiamava un’antica regione colonizzata dai romani; ora invece è intitolato a un gruppo che fornisce luce e gas. Non so cosa possa legare lo stadio dell’Udinese alla mitica Metromare, ma sono associazioni che mi vengono così, senza pensarci troppo. 

La particolarità di stamattina è che sono successi due fatti singolari. Non imprevedibili, certo, ma improbabili. 

Il primo: ho trovato posto a sedere. Alla nuova stazione di Acilia Sud Dragona, che precede la “vecchia” Acilia (Acilia e basta), le porte si sono aperte come il Mar Rosso davanti a Mosè. Non mi si accusi di blasfemia: tanto non mi scompongo. Ho visto due posti liberi e mi ci sono fiondato come se avessi scovato una banconota da cinquanta euro. Ho scelto quello più esterno, vicino a una piccola staccionata che funge da appoggio. Accanto a me, una donna sulla quarantina o cinquantina ha aperto un libro. Così, vicini vicini, sembravamo una coppia di insoliti lettori metropolitani, in tempi in cui persino Alessandro Giuli può fare il ministro della Cultura.

 

Il secondo fatto è stato ancora più curioso. Vicino a una porta c’era un uomo con due cani di discreta taglia e un baracchino. Ho pensato fosse uno di quegli artisti improvvisati che si piazzano agli angoli per suonare e raccattare qualche spiccio. Indossava un lungo impermeabile bianco, macchiato di nero, che non vedeva una lavatrice e neanche la bagnarola de pora nonna da chissà quanto tempo. 

L’ho osservato e ho interrotto la mia lettura. Mi sono chiesto: cosa penso di questo qui? E sono emersi pensieri cattivi, contraddizioni. Non amo i cani, anzi mi fanno un po’ paura, e quel cappotto sporco non lo avrei mai indossato. Ma razionalizzando ho pensato che forse fosse un poveraccio; eppure, sembrava buono, pacifico. Anche i suoi cani lo erano. Uno ha abbaiato, ma solo perché spaventato. Più spaventato di me, forse. Faremmo una bella coppia io e quel cane, se solo ne avessi uno. 

Mi è venuta in mente una strofa di una canzone di Fabrizio De André, Amico fragile: “Potevo chiedere come si chiama il vostro cane; il mio si chiama Libero.” 

Alla fine, sono sceso, e con me è sceso anche quell’uomo, coi suoi cani e il baracchino. Ho sperato che almeno oggi riuscisse a raccogliere qualche soldo, giusto per mettere insieme pranzo e cena. Io non ho questi problemi. Né i cani. E questo, a pensarci, mi fa sentire tanto stronzo.  Alla prossima.

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