CECAFUMO
In uno dei ricorrenti flashback della memoria mi torna in mente la casa dei miei nonni paterni. Si erano trasferiti in un quartiere a sud di Roma, al Tuscolano, più precisamente a Cecafumo: una periferia nella periferia, quasi una frazione del mitico Quadraro.
Mi ritorni in mente – e faccio il verso a una celebre canzone di Mogol e Battisti, ancora oggi conosciuta e cantata – una mattina d’inverno. Ero in casa dei miei nonni e ricordo la loro camera: il letto matrimoniale con una coperta ricamata a mano, le luci soffuse, quasi un lume di candela, e la radio accesa che trasmetteva una canzone di Domenico Modugno. Era Vecchio Frac, malinconica e intensa, che apprezzai senza comprenderne il significato.
Quella casa era davvero grande. All’ultimo piano, un attico con un balcone dal quale si dominava il territorio circostante. Io mi affacciavo con discrezione, senza sporgermi troppo: già allora soffrivo di vertigini, come oggi.
All’ingresso, a sinistra, c’era la spaziosa cucina con un balconcino dove stava la cosiddetta “bagnarola”, la piccola vasca usata per lavare i vestiti prima che le lavatrici diventassero comuni. A destra, una stanza che accolse mio zio dopo il matrimonio. Più avanti, l’enorme salone diviso in due parti: da un lato la sala da pranzo con il grande tavolo e le sedie, dall’altro il salotto con la televisione. Durante le feste natalizie gli adulti si spostavano da una parte all’altra, tra chiacchiere e riposo, mentre noi bambini scendevamo in cortile a dare due calci al pallone.
La casa non finiva lì: c’erano il bagno e altre due stanze, quella dei nonni e la “cameretta” destinata ai più piccoli, inevitabilmente la più disordinata.
Era una casa grande e accogliente, teatro delle feste comandate e dei ritrovi di una famiglia davvero allargata. Poi finì venduta in un’asta fallimentare. Che peccato! Una vita fa, a Cecafumo, frazione del Quadraro.
Mi ritorni in mente, come nelle note di quella vecchia canzone. E chissà
perché certi flashback non si cancellano mai dalla nostra memoria.

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