MAI UNA GIOIA

Ritrovandomi, improvvisamente, a corto d’idee, mi sono rivolto a un sito dedicato alla cosiddetta intelligenza artificiale. Rigorosamente free — ovvero a gratis — perché mi faccio bastare la mia, di intelligenza, e poi il piatto piange e il conto in banca è quello che è.

 

Insomma, per farla breve, ho chiesto al caro Copilot di suggerirmi un argomento leggero sul quale discettare, buttando giù qualche inutile (?) riga. E quale è uscita fuori come prima chiave di ricerca? Niente meno che “le piccole gioie quotidiane”. E, chiaramente, mi è venuto da ridere. Amaramente, ma mi è venuto da ridere. 

Perché questa mattina la sveglia è suonata poco prima delle sei, con quel rumore così dolce e raffinato che sembrava, pure, prenderti per il culo. E da quel momento, dopo le bestemmie di rito e le imprecazioni rivolte al capitalismo — che costringe la maggioranza della popolazione mondiale al lavoro salariato per poter sopravvivere — è partita quella giornata che, secondo il suggerimento del povero Copilot, dovrebbe riservarmi anche momenti di gioia. 

Quali? Ci ho pensato un po’, poi mi sono detto che, forse, dopo la colazione al bar, la prima sigaretta della giornata — per quanto tutt’altro che salutare — mi regala un po’ di piacere e di relax. Me la faccio da solo, come un tossico che s’inietta l’ennesima dose, con l’accuratezza di non stare troppo vicino ad altre persone che potrebbero, legittimamente, non gradire l’odore acre del fumo di una Marlboro. E a queste cose, io, ci faccio attenzione, perché mi ritengo una persona talmente civile da non aver bisogno di regole scritte. Belle parole. 

Piccole gioie quotidiane, si diceva. Certo, se mi riducessi a due tirate di Marlboro di buon mattino, dopo aver ingoiato il cappuccino che ti manda inevitabilmente al bagno, starei ben oltre il limite dello sfigato metropolitano. Dunque, mi sono sforzato di pensare ad altre gioie, possibili ed eventuali. 

Ci sono i due libri che mi porto dietro, qualche battuta con gli amici, la pratica sportiva quasi quotidiana e, soprattutto, la consapevolezza di sentirmi ancora sufficientemente in salute. Perché, come faceva quella canzone di Ettore Petrolini — magistralmente interpretata, tra gli altri, dall’ottimo Nino Manfredi — “basta la salute e un par de scarpe nove”. E m’accompagno da me. Con o senza Copilot e l’intelligenza artificiale.

Commenti

Post popolari in questo blog