NO PARTY
In questi giorni, al governo si festeggia. Non per il santo appena passato — quel Francesco che a partire da quest’anno è nuovamente cerchiato in rosso sul calendario — né per il vecchio Cristoforo Colombo che, sbagliando rotta, finì nelle Americhe dando inizio, forse suo malgrado, alla feroce epopea coloniale in quelle terre lontane. No, il motivo di tanta allegria è ben più prosaico, aritmetico direi: il governo guidato dalla camerata Giorgia Meloni, il più a destra dai tempi dell’impiccato, ha conquistato il terzo posto nella speciale classifica dei governi più longevi della storia repubblicana.
Inutile ricordare che le prime due posizioni sono occupate dal povero Silvione, capace — tra il 2001 e il 2006 — di sfangarla per un’intera legislatura. Un’impresa da Guinness dei primati, in un’Italia da sempre terra di compromessi, ribaltoni e governi lampo.
Questa notizia, lo ammetto, mi sarebbe passata sotto il naso senza troppo clamore, se non fosse che ieri qualcuno me l’ha fatta notare, quasi a dire: “Hai visto? Si scende in piazza, si protesta, si urla… ma alla fine, a questi chi li ammazza?”
E allora ho riflettuto. Perché questi numeri, apparentemente innocui, un significato ce l’hanno. E ben preciso. Non è un caso che sul podio della durata ci siano solo governi della cosiddetta Seconda Repubblica. E, ancor più significativamente, governi di destra. Frutti di quell’alleanza forgiata nel lontano 1994 dal solito Silvione, quando Forza Italia si unì al MSI — che ancora si chiamava così, prima della farlocca svolta di Fiuggi — e alla Lega del senatur Bossi, che sognava la secessione da Roma ladrona.
A parte una breve separazione tra Lega e Forza Italia, queste tre forze, pur cambiando nomi e leader, non si sono mai davvero lasciate. Cementate dal potere e da una visione del mondo sufficientemente condivisa. Una visione che, col tempo, si è fatta sempre più cupa, fino a delineare oggi un progetto avanzato di trasformazione del sistema in uno Stato autoritario, sul modello dell’Ungheria di Orbán o della Russia di Putin.
Auguri a tutti noi, dunque. Perché davvero, non c’è nulla da festeggiare.
Alla prossima.

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