CARRELLI
Mi accingo a
uscire per fare la spesa al supermercato. Ma prima, come da rituale, do
un’occhiata ai titoli dei quotidiani — più o meno autorevoli. Si parla di
accordi di pace in Palestina (o sarà solo un cessate il fuoco?), del Nobel per
la pace già assegnato lunedì scorso — quindi, forse, ci siamo risparmiati
l’imbarazzo di vedere quel buzzurro di Donald Trump premiato col ramoscello
d’ulivo, come fu per quell’altro boia di Kissinger, una vita fa.
A proposito
di spesa, ecco le notizie economiche: la legge di bilancio è in cantiere, con i
governanti che — dicono — ci lavorano notte e giorno. Si parla di fondi
generosi per la difesa, quindi armi, eserciti e altra robaccia del genere. E
poi le solite mancette sparse, distribuite con criterio discutibile,
soprattutto se hai qualche figlio. Esilarante la trovata del bonus
previdenziale per i neonati: una barzelletta travestita da misura sociale. Ma
tant’è, i tempi sono quelli che sono.
Meglio
andare a fare la spesa, va’. Esco di casa, pronto ad affrontare il traffico
discreto della mia periferia, un tempo chiamata borgata senza troppi fronzoli
linguistici. È venerdì, giorno di mercato: la gente si riversa tra le
bancarelle in cerca dell’affare del giorno — una borsa, un paio di pantaloni, o
frutta e verdura che ce magni pe na
settimana.
Al
supermercato, invece, tutto è più ordinario. Si prende il carrello
all’ingresso, oppure il cestino con le rotelle, meno ingombrante e più
maneggevole. Si procede a riempirlo con moderazione, ché tanto si sa come va a
finire: fila alla cassa, merci sul tappeto digitale e scorrevole, e dulcis
(mica tanto) in fundo, si paga. Cash o bancomat, non cambia nulla. Poi si torna
alla macchina con le buste piene e le tasche più vuote, pensando a quel bonus
previdenziale per i neonati che fa ridere — o forse piangere — considerando chi
l’ha ideato e il paese in cui mi tocca vivere.

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