FOGLIO IN BIANCO


A scuola, quando c’era il compito in classe d’italiano, aspettavo con una certa ansia di conoscere le cosiddette “tracce”: quelle definizioni che indicavano il tema da sviluppare con il dovuto approfondimento.

Alcune sembravano facili, perché riguardavano argomenti su cui credevo – o forse mi illudevo – di avere una discreta padronanza. Tuttavia, proprio queste situazioni nascondevano insidie non trascurabili: era facile allargarsi troppo e, insomma, finire fuori tema. Un peccato capitale, capace di compromettere punteggi, giudizi e voti.

Poi c’era l’opposta eventualità: dal genio dell’insegnante scaturivano tracce che lasciavano a bocca aperta. Anzi, a bocca chiusa. E ora?, mi chiedevo. Cosa m’invento? Minuti di totale smarrimento, con la tentazione di lasciare il fatidico foglio – un protocollo con ogni pagina divisa in due parti, una per lo studente e l’altra per le correzioni – in bianco.

Confesso di non essere mai arrivato a tanto. In quei momenti, più che un discutibile talento, mi soccorreva l’istinto di sopravvivenza. O meglio, l’imbarazzo di fare una figura troppo brutta, più brutta del solito, tanto da risultare intollerabile.

E così, come già detto, m’inventavo qualcosa. Riuscivo comunque a buttare giù qualche pensiero di senso compiuto, sperando che il problema fosse condiviso da buona parte della classe e che l’insegnante mostrasse un po’ d’indulgenza.

Questa mattina, durante il mio quotidiano esercizio di scrittura, mi è tornata in mente proprio quella storia del foglio protocollo lasciato in bianco. Non riuscivo a trovare un argomento che avesse un minimo di originalità. E allora – per fortuna – ho pensato a quel vecchio foglio, bianco all’inizio ma destinato, poi, a raccogliere pensieri sparsi, ordinati o confusi a seconda delle circostanze. Sempre con il timore di finire fuori tema.

Alla prossima.

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