ZVANI IL ROMANZO FAMIGLIARE DI GIOVANNI PASCOLI di Giuseppe Piccioni
Come tutti gli ex studenti di ogni scuola, di generazione in generazione, nei secoli dei secoli amen, il ricordo di Giovanni Pascoli suscita sempre qualche turbamento. Rischiamo di tornare con la mente a quelle ore interminabili, vissute nell’attesa della campanella che ci liberasse da saperi imposti, tra cui anche l’opera del poeta citato.
Il film di Giuseppe Piccioni, scritto dal talentuoso Sandro Petraglia, ci offre invece un ritratto più intimo del nostro Pascoli. Dalle inquietudini della giovinezza, irrimediabilmente segnata dall’assassinio del padre — probabilmente ad opera di un ricco possidente — alla passione politica che gli costò tre mesi di carcere. Poi l’insegnamento, e infine il successo, conquistato grazie alle sue straordinarie poesie.
Il racconto si sviluppa all’interno di una cornice precisa: il funerale del poeta, celebrato secondo le sue volontà, senza preti e con una sola croce sulla bara. Un ultimo viaggio in treno verso Barga, accompagnato da familiari e studenti.
Nel film emergono gli aspetti più personali di Pascoli: la sua perenne insoddisfazione, l’inguaribile malinconia che, forse, alimentava il suo talento e la sua immaginazione. Colpisce soprattutto il controverso rapporto con le sorelle, che mi ha turbato per quella rigida definizione dei ruoli di genere, difficile da accettare anche cercando di calarsi in un’epoca così distante.
Per quanto mi riguarda, è un buon film, didascalico quanto basta, che mi ha permesso — in una oziosa domenica autunnale — di rispettare una regola che mi sono dato da tempo: imparare ogni giorno qualcosa di nuovo. Lo consiglio, anche perché con il passare degli anni e una maggiore maturità si riescono ad apprezzare meglio capolavori come La cavallina storna o Il passero solitario.
Al prossimo film.

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