L'INVERNO DEI LEONI di Stefania Auci

Dopo aver letto, qualche tempo fa, ‘I leoni di Sicilia’, mi sono immerso nel secondo volume della saga familiare dei Florio, narrata abilmente da Stefania Auci. La spinta a riprendere in mano questa storia affascinante è nata, in realtà, da una chiacchierata in spiaggia con un’amica, qualche mese fa. Ricordo bene le mie perplessità espresse nei confronti di chi, forse con eccessivo entusiasmo, elogia coloro che fanno del commercio, dell’imprenditoria e della ricerca del profitto la propria ragione di vita. Eppure, la mia interlocutrice — che certo non può essere tacciata di simpatie verso il sistema mercatista e capitalistico — seppe controbattere con argomenti solidi, quasi riuscendo a convincermi che i Florio, tutto sommato, qualche merito lo avevano.

 

In effetti, è innegabile: si sono fatti da soli, partendo dalla miseria della loro terra natia, Bagnara Calabra, e da un modesto negozietto di aromateria — una putìa — una volta emigrati a Palermo. Nel primo volume si raccontano gli anni dell’ascesa: la famiglia Florio espande i propri commerci e si arricchisce, spaziando dalla compagnia di navigazione alle tonnare, fino alle zolfatare. Un talento imprenditoriale fuori dal comune, senza dubbio. 

Nel secondo volume, ‘L’inverno dei leoni’, il tono cambia: si racconta soprattutto la crisi, il declino, fino al fallimento — forse evitabile — delle imprese Florio. Protagonista, in negativo, è il terzo della generazione: Ignaziddu. Costretto a prendere le redini dell’impero familiare dopo la prematura scomparsa del padre, Ignazio (omonimo ma con ben altra testa e differente talento), si ritrova a gestire un colosso economico senza averne davvero la stoffa. Commette errori, conduce una vita sregolata e piena di eccessi, si circonda di collaboratori inaffidabili. L’impero Florio si sgretola, pezzo dopo pezzo. A tutto ciò si aggiungono i dolori familiari, in particolare la morte dell’unico figlio maschio di Franca Florio, che spezza la possibilità di un erede che garantisca continuità alla famiglia e all’impresa. 

Il romanzo si chiude con malinconia, raccontando un arco temporale che va dal 1870 al 1950, attraversando decenni complessi, segnati da due guerre mondiali e profondi cambiamenti sociali. Un libro assolutamente meritevole di essere letto, che narra una vicenda avvincente con personaggi ben costruiti e profondamente umani. 

Alla fine, mi resta un dubbio: compiacermi, da vecchio (o vetero) anticapitalista, del declino di un impero finanziario, oppure lasciarmi trascinare da quell’inevitabile affetto che si prova per i personaggi di un libro che si legge con piacere. In ogni caso, leggere un buon libro è sempre tempo ben speso. Al prossimo libro.

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