GLORY DAY
E. quindi, ieri abbiamo assistito, in mondovisione come si diceva una volta, al giorno di gloria di quel miserabile (in termini umani e non patrimoniali) di Donald Trump. Giorno di gloria, sì, glory day detto all’anglosassone o all’americana che ricorda anchei una brillante canzone di Bruce Springsteen.
Il leader statunitense e dei MAGA si è prima recato a Tel Aviv dove, di fronte a un nugolo di deputati israeliani ossequiosi (a parte due tizi prontamente cacciati a malo modo) ha parlato per oltre un’ora. Lodando il suo collega Benjamin Netanyahu, un criminale nazista che ha ordinato un vero e proprio genocidio e, tutto sommato, prendendosi il merito di tutto questo. In particolare, quando ha affermato di aver venduto allo Stato d’Israele, le migliori armi del mondo necessarie anche per ammazzare bambini o bombardare ospedali. Ma di questo, evidentemente, i bravi conduttori di notiziari che davano conto dell’indecorosa esibizione dell’uomo con la cravatta rossa non hanno fatto cenno. Sembrava, quasi, che tutte le migliaia di palestinesi ammazzati in questi ultimi due anni non fossero mai esistiti.
Quindi, siamo passati alla seconda parte con la firma degli accordi in Egitto, a Sharm, alla presenza dei leaders di tanti (troppi) paesi del mondo. E, qui, il vecchio Donald si è mostrato come un navigato uomo di spettacolo, distribuendo complimenti e omaggi a tutti quei presidenti che sfilavano di fronte al lui come i vecchi cafoni davanti al padrone di turno con tanto di cappello in mano.
E, tra tanto squallore, non poteva mancare la presidente del consiglio
italiana, la camerata Giorgia Meloni, che si è presa, senza colpo ferire o
parola proferire, la benedizione patriarcale dell’uomo potente e alfa. Che,
chiaramente, ha usato nei confronti dell’unica donna presente in quell’orribile
consesso tutto il repertorio machista e sessista a disposizione. Ma la camerata
italica non ha mosso ciglio, certamente da madre, mamma e cristiana non si è
offesa; quindi, si è messa in posa, o ha cercato di farlo e sembrava quasi una
cheerleader. Una figura, quella di Gorgia Meloni che dovrebbe indignare
soprattutto quei prodi nazionalisti pieni di patriottismo e fieri di essere
nati e vissuti nel paese che fu di santi, poeti e navigatori. A me,
evidentemente, importa il giusto, ovvero poco o nulla, né mi aspettavo un
contegno più dignitoso dalla fascistella, capa del governo. Poi, il deprimente
spettacolo è finito e restavano solo le immagini delle macerie di Gaza e del
dolore dei palestinesi dimenticati in questo giorno di gloria per Donald Trump,
violento e guerrafondaio e, nonostante ciò, prossimo Nobel per la pace. Alla
prossima.

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