IL PRANZO DELLA DOMENICA

L’ultima, o una delle ultime, di quest’imbarazzante governo è l’elogio del pranzo della domenica. Elevato a iniziativa istituzionale da tenersi nella giornata di domenica 21 settembre, all’una del pomeriggio, quindi, rigorosamente all’ora convenuta per il pranzo.

Sorrido, pensando a come  il pranzo della domenica, appunto e nelle menti di questi mostriciattoli, si ricolleghi pur sempre a quell’orribile triade Dio,. Patria e Famiglia. E a un tuffo immaginario in un passato idealizzato sempre come mitico, un tempo nel quale i mulini erano bianchi e tutto funzionava a meraviglia. Ma quando mai?

E le famiglie, certamente, erano diverse rispetto a oggi. Forse meno allargate o, diversamente, più allargate perché ci si ritrovava, spesso, con nonni, zii e cugini, un’umanità varia ed eterogenea con la quale, succedeva, di non aver nulla da spartire se non il cognome stampato sul documento d’identità.

Ci sono ancora i pranzi della domenica? Immagino di sì. Anche se la società in cui viviamo è profondamente mutata e di domenica i negozi sono aperti e tanta gente, giusto per ricordarlo, è costretta pure a lavorare. Con tanto di pranzo nella mensa aziendale o al sacco con panini preparati da casa.

Poi, insomma e sempre rispetto a quest’iniziativa, mi ha fatto sorridere un’altra cosa riguardante la data scelta per celebrarla. Domenica ventuno settembre. Ore tredici. E, pensando ai miei prossimi e improrogabili impegni, e senza scendere troppo nel dettaglio, m’immaginavo a quell’ora in quel giorno ormai imminente. Tutt’altro che impegnato a gustare qualche prelibatezza della cucina italica. Coinvolto, invece, in tensioni emotive in compagnia delle quali, probabilmente, non riuscirei a ingoiare nemmeno la classica pagnottella col prosciutto. Sempre nel ricordo dei pranzi a casa dei nonni del tempo che fu che, peraltro e detto per inciso, non vedevo l’ora che finissero per scendere in cortile e dare due calci a un pallone. Alla prossima.   

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