OCCHIALI

Ieri mentre in macchina guidavo per strade ancora non ancora totalmente congestionate dal traffico, siamo nella coda dell’estate, ascoltavo distrattamente la radio sintonizzata su una frequenza dove parlano per tutto il giorno di pallone e, segnatamente, di una specifica squadra di calcio. Ecco, premesso che nella vita cerco anche di far altro, la nota singolare sta nel fatto che il conduttore, un uomo che viaggia, ormai, verso i settanta parlava, appunto, del tempo che passa. Il tizio riconosceva con un certo disincanto di aver più vita alle spalle di quanta ne avesse davanti e ragionava, sommariamente, su quelli che sono i segni dell’inevitabile decadenza fisica. Ad esempio, quando dopo i cinquanta scopri di aver urgentemente necessità degli occhiali almeno per leggere. Ecco, è successo anche a me e, ricordo bene, eravamo nei mesi della pandemia con restrizioni e coprifuoco e mi accorsi che no, non poteva più fare a meno di quell’oggetto che è uno ma è declinato sempre al plurale. Gli occhiali. Io ho sempre avuto una buona vista a differenza di altre persone in famiglia che, invece, hanno avuto necessità di coprire i loro occhi sin dal tempo dell’adolescenza. Ora, ricordo ancora bene, quando a scuola, in classe, c’erano i classici due tizi che portavano gli occhiali. Subito riconosciuti ed etichettati e dire, inoltre, che un tempo gli occhiali non erano così esteticamente inappuntabili come ora.

Per essere fichi, insomma, bisognava indossare gli occhiali da sole; quelli da vista sembravano, invece, ritagliati a misura per qualche sfortunato che era nato con problemi di diottria o di astigmatismo.

I miei primi occhiali, invece, li ho indossati dopo i cinquanta e, devo dire, che mi conferiscono un aspetto da soggetto assai riflessivo. Si potrebbe dire, quasi e con qualche azzardo, da intellettuale o, perché no, da radical. Che neanche mi dispiacerebbe. Oltre al fatto che indossando quegli occhiali riconosco, senza indugio, la mia decadenza fisica. Consapevole, come il conduttore della trasmissione radiofonica prima menzionata, di aver più vita dietro che avanti. E  che amarezza! Alla prossima.


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