NIZZA
Rispetto a Nizza, una delle principali città della Francia, alcune cose già le sapevo. Che era stata italiana per qualche secolo insieme alla Savoia, che ci nacque quel buontempone di Giuseppe Garibaldi, che — non so perché — più della spedizione dei Mille e del ruolo fondamentale che ebbe nel Risorgimento, mi fa venire in mente una scritta letta anni fa in una stradina di Trastevere: “Garibaldi è un gran cazzaro”. Confesso che continuo a chiedermi il significato di tale giudizio storico, politico o umano. Forse perché proferì quel celebre “Obbedisco” davanti a Vittorio Emanuele II (sempre che la storia sia vera), rinunciando ad alcune aspirazioni di giustizia e libertà, come uno dei tanti quaquaraquà passati per il mondo nei secoli dei secoli. Amen.
Comunque, senza ingarellarsi troppo sul povero Giuseppe — ferito a una gamba, come Renato Vallanzasca — di Nizza giova sapere che fu fondata dai greci, che ha uno splendido lungomare, la Promenade, e che è piena di ricconi.
Anche se, per arrivare allo stadio, bisognava passare per il ritiro del prezioso tagliando d’ingresso in una sorta di “fan zone” chiusa da un cancello con chissà quanti lucchetti, da cui si veniva deportati con delle navette verso l’impianto sportivo, situato tra la città e l’aeroporto. L’arrivo? Dentro a una specie di cunicolo, manco fossimo in attesa di un processo in un’aula bunker.
Insomma, di questa bella cittadina della Costa Azzurra ho visto poco o nulla, ma forse un giorno ci ritornerò. Chi può dirlo.
Poi, fortunatamente, c’è stata la partita. Una Roma ben messa in campo, che mostra già la mano del suo bravo allenatore, Giampiero Gasperini. Se avessimo anche qualche attaccante più mobile e propositivo, ci potremmo davvero divertire. Ma, come diceva la pora nonna, “manca sempre un soldo pe’ fa’ ‘na lira”, e con i centravanti che abbiamo, il monito resta valido pure in tempi in cui la vecchia e cara liretta è sparita da un pezzo.
Così, la nostra amata squadra del cuore domina per tutto il primo tempo senza, tuttavi
a, rendersi mai davvero pericolosa. Qualcuno bravo — ma bravo davvero — avrebbe parlato di dominio sterile. Poi, nel secondo tempo, entra l’eroe del derby, al secolo Lorenzo Pellegrini, uno che negli ultimi tempi è stato insultato e vilipeso da tanti sedicenti romanisti (che per conto mio si dovrebbero estinguere), e il tasso tecnico della squadra sale considerevolmente. Uno-due e pieno controllo del match, non fosse stato per l’ingenuità di un altro nostro giocatore, romano pure lui, che procura un rigore e ci regala gli ultimi dieci minuti di sofferenza.
Alla fine, portiamo a casa i primi tre punti di questa nuova stagione europea. Dopo un’oretta d’attesa, risaliamo sulle navette che ci riportano nella famigerata fan zone, con tutti i locali chiusi per ordinanza del sindaco. Non ci resta che tornare in albergo, dove almeno troviamo qualche cibo precotto utile a non mettersi sotto le pezze col classico buco nello stomaco.
E il giorno dopo, il ritorno in patria, con l’aereo che fa due ore di ritardo. Insomma, mai una gioia. O anche no, visto che la Roma ha vinto e, in fondo, questa è l’unica cosa che conta.
Alla prossima.

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