DERBY D'ANDATA

Lo so già: il derby è la partita più fastidiosa dell’anno. Anzi, le partite — perché di derby ce ne sono almeno due, uno all’andata e uno al ritorno. E lo dichiaro, anche se non servirebbe nemmeno: quando escono i calendari della nuova stagione calcistica, la prima cosa che vado a cercare è proprio quella. Quando si giocano questi maledetti derby? Maledetti como loro. 

Quest’anno l’ho saputo già ai primi di giugno: i derby si sarebbero disputati con un’asimmetria più spinta rispetto agli anni precedenti. Andata nell’ultima decade di settembre, ritorno a maggio, alla penultima giornata.  E  beato chi c’ha n’occhio. Insomma, anche se del doman non v’è certezza — come sentenziava quel geniaccio di Lorenzo de’ Medici detto il Magnifico — era ragionevole supporre che avremmo assistito a due derby con temperature alte. Quindi, calzoncini e t-shirt. Che poi, vallo a sapere: è vero che ormai settembre è estivo quanto luglio, ma a maggio, come dice il proverbio, vai adagio. Ma per maggio c’è ancora tempo.

 

Dicevo del fastidio che si prova quando tocca giocare contro “questi qui”. Un fastidio che raddoppia quando si gioca, da calendario, a casa loro. Che poi, non è mai casa loro: lo stadio Olimpico sta dentro una città della quale solo una delle squadre in campo ne porta i colori, il nome, il simbolo. Insomma, tutto. Loro, invece, hanno i colori della Grecia. E mi sono sempre chiesto: che male hanno fatto i greci per essere accostati a questi? Quale divinità dell’Olimpo avranno mai oltraggiato per meritarsi un simile castigo? 

E comunque, questo derby si gioca in una rovente domenica di settembre, addirittura a mezzogiorno e mezza, con trenta e passa gradi all’ombra e tutta quell’umidità che rende i corpi appiccicosi. 

Giocano in casa, dicevo. Quindi, già quando scendo dalla macchina, ne vedo qualcuno con la sciarpa al collo e magliette più brutte di un mandato di cattura. Però, nella mattinata di questa domenica così diversa da quella raccontata dal maestro Guccini nell’immortale Eschimo, mentre sono avvolto in tutte le mie tensioni pre-derby che mi riducono a una specie di ectoplasma, osservo persone che fanno cose che mi sembrano tanto strane. Una ragazza che corre — insomma, fa footing — qualcuno che gioca a tennis, altri che passeggiano col cane. E allora mi chiedo: ma c’è vita anche fuori dal derby? Boh, sarà. 

Intanto il fastidio aumenta man mano che mi avvicino allo stadio. Ancora di più quando entro e, dopo il bocchettone d’ingresso della curva, mi trovo davanti quell’indecorosa scena di panni stesi bianco e celeste — o bianco e blu, che non lo sanno nemmeno loro. E visto che giocano in casa, sul biglietto nostro di curva sud hanno scritto “curva Maestrelli”: evidente dimostrazione di complessità e poraccismo. Mettono gli inni loro. Tra i quali spiccano alcune canzoni del povero Lucio Battisti, che si sono accollati come fanno, solitamente, con i morti celebri. Pare che ultimamente ci sia stato un tentativo anche per Robert Redford. Mah. 

Il povero Lucio, però, è incolpevole. Da morto, poveraccio, non può neanche difendersi. Sembra, comunque, che il cantautore de La collina dei ciliegi di calcio non si sia mai occupato e che, al massimo, accompagnò per pura curiosità un nonno — una volta sola (e ci sarà un motivo) — a vedere un match della Lazio. Tutto qui. 

Poi c’è la partita, che per me è una specie di intervento ambulatoriale. Il primo tempo pare bloccato, poi facciamo gol nel modo più beffardo — e dunque più godereccio — che ci possa stare in un derby: grazie all’errore di un avversario. Tie. 

Alla fine del primo tempo, mentre passeggio nervosamente per il piazzale fuori dalla curva, ascolto un giovane ma saggio lupacchiotto dire al suo amico: “I prossimi quarantacinque minuti saranno lunghi come novanta.” Parole assennate. Il secondo tempo non passa mai, fino a un palo laziale proprio nei minuti di recupero, con un loro giocatore già pronto a esultare per ritrovarsi, poi, triste e sconsolato. Come da loro tradizione, del resto. 

Finisce in gloria: Roma ai vertici della classifica, loro vicini alla zona che gli compete — quella della retrocessione. Sempre come da storia e tradizione. Me ne vado a casa felice e contento, per la vittoria e anche perché il prossimo derby, con tutto il fastidio che si porta appresso, ci sarà addirittura tra otto mesi. Alla penultima giornata. E chissà cosa potrà succedere. Magari qualcosa di bello. O, per dirla alla Bruno Pizzul, “di tutto molto bello”. Chissà. 

Intanto godiamoci queste giornate, consapevoli di avergli fatto male. Ma molto male. 

Alla prossima.

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