ZINGARI FELICI
A differenza dell’ottimo Claudio Lolli, credo di non aver mai visto zingari felici. O, almeno, di non aver mai immaginato zingari felici.
Al tempo dell’infanzia gli zingari mi facevano quasi paura. Avevano visi svegli e lo sguardo di chi aveva vissuto intensamente. E, poi, c’erano i moniti degli adulti; fai attenzione che quelli rubano!
Ricordo un accampamento di nomadi in una particolare via della periferia romana, via del Mandrione. Ci si entrava oltrepassando dei piccoli archi ed ecco, quindi, che spuntavano roulotte, panni stesi, donne e uomini vestiti come capitava. Succedeva, talvolta, che con le loro roulotte questi zingari chiudessero la strada e, allora, mio padre pazientemente e senza neanche un proposito di discussione, tornava indietro e prendeva la via più lunga.
Gli zingari, poi, li ritrovavo su qualche autobus o sulla metropolitana con il viso scuro e gli abiti consunti. Facevano paura alla gente ‘perbene’, quella descritta in alcune canzoni di Fabrizio De André.
Ora, mi chiedo, nel tempo è cambiato qualcosa nella percezione che ho di questo mondo, quello dei Rom, rispetto ai quali conosco poco o nulla?
In fondo, quando ne vedo qualcuno in gruppo su un vagone della
metropolitana aumento il mio livello di attenzione a salvaguardia di portafogli
e oggetti personali. E non entrerei facilmente in un campo nomadi. E, mi
domando, come facciano a vivere in mezzo a tanta sporcizia. Però i Rom non sono
tutti uguali e bisognerebbe conoscerne la storia, magari parlare con qualcuno
di loro, includerli e non escluderli. E ascoltare quel che qualche politicante
da strapazzo ha urlato contro di loro in questi giorni desta orrore, ribrezzo e
fa riflettere su questo sonno della ragione dentro il quale stiamo sempre più
sprofondando. E ripensando a mio padre che con la sua macchina attraversava via
del Mandrione tra roulotte, panni stesi e umanità che parlava in dialetti
sconosciuti, voglio immaginare che esistano anche zingari felici. E che hanno
scelto liberamente di vivere la propria vita. Più liberamente di noi che
viviamo in case borghesi e con abitudini borghesi e che presumiamo di
rappresentare e proporre modelli perfetti e indiscutibili. Dopo, magari,
facciamo le guerre o ci voltiamo per non vederle. Alla prossima.

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