LEONK
AVALLO

Questa mattina mi sono svegliato; con assoluta calma perché siamo pur sempre in estate e il tempo era pure incerto, tra nuvole e sole e con i pavimenti stradali ancora bagnati dalla pioggia caduta nel corso della notte.

Ecco, mi sono svegliato, ho acceso il mio smartphone che di notte, appunto, tengo spento perché se qualcuno deve cercarmi proprio di notte, fosse pure un amico che alla Riccardo Cocciante mi chiama per prendere le botte, c’è sempre il telefono fisso; mi sono svegliato e ho appreso la notizia dello sgombero del mitico centro sociale milanese del Leoncavallo.

Il compagno che postava la notizia su una chat che non ammette fascisti, razzisti, sessisti, omofobi e quant’altro, affermava il suo sincero dispiacere anche se, ricordava come, negli ultimi trent’anni, fossero diventati tanto stronzi!

A me questa storia dello sgombero del Leoncavallo ha messo una tristezza infinita, l’ho vista come un atto simbolico di questi mostri che stanno al potere e rischiano di restarci chissà per quanto tempo. Perché anche il meno informato su vicende politiche e sociali, magari, ha sentito parlare del Laoncavallo.

Io me lo ricordo almeno dagli anni 80 anche se la prima occupazione risale, addirittura, al 1975. Correva, ricordo, l’anno 1989, quello del muro di Berlino abbattuto e dell’ultimo anno di un decennio per molti versi orribile e io leggevo gli articoli di giornale su un’’operazione poliziesca di sgombero, sugli scontri e sugli incidenti, mentre attraversavo la mia città deserta durante un mese d’agosto durante il quale avevo svoltato un lavoretto come insegnante in una scuola privata. C’era un preside con i capelli scompigliati, sveglio e con l’accento toscanaccio che mi pagava il salario con assegni circolari che speravo, sempre, risultassero coperti e ragazzotti e ragazzotte che dovevano sostenere l’esame di riparazione a settembre. Devo dire che, a dispetto dei miei dubbi iniziali, me la cavai piuttosto bene tanto da meritare la riconferma per il successivo autunno come quei giocatori che arrivano in prestito con diritto di riscatto.

Leggevo, quindi, di quello sgombero, con le foto dei compagni sui tetti che resistevano e volevo stare lì a dargli una mano. Ma c’avevo da lavorare e Milano era pur sempre lontana.

Poi nel 1995 il Leoncavallo si è trasferito in altra sede e, nel tempo, ha perduto la sua magica aura di simbolo di ogni lotta sociale che si rispetti. E, pare, si sia parecchio istituzionalizzato.

Però, devo dire, che gli ho continuato a voler bene e la notizia di questa mattina è stata una piccola bastonata. Resa ancor più dolorosa dalle dichiarazioni di quei mostriciattoli al governo con la giacca da ministri che hanno rivendicato l’operazione descrivendola come una sana azione di ripristino della legalità. La difesa, insomma, della privata proprietà che, alla fine, significa che se io ho papà ricco sono ricco pure io. Senza meriti particolari, ecco. L’ho fatta breve ma più vado avanti e più questa storia della proprietà privata proprio non mi va giù; e penso sempre che come diceva il vecchio Proudhon, ecco, la proprietà è davvero un furto. Con tutto l’affetto e la solidarietà per tutti coloro che hanno scritto la storia del mitico Leoncavallo di Milano. Alla prossima.

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