E POI SI VEDE di Giovanni Calvaruso

Pur pienamente consapevole che Netflix si lasci preferire per le serie televisive piuttosto che per il film., mi sono lasciato attrarre da una pellicola in onda in questi giorni e che pare sia al primo posto tra quelle trasmesse su questo celebre network con contenuti rigorosamente on demand.

Mi riferisco a ‘E poi si vede’ di Giovanni Calvaruso, una storiella dalla trama, in realtà, assolutamente prevedibile e un finale che si rivela altrettanto scontato.

Tutto è ambientato in una piccola cittadina della Sicilia dove si svolge un concorso a un solo posto per impiegato comunale. Una bella chimera per chi affronta, quotidianamente, il pesante calvario della disoccupazione e della precarietà. Protagonisti tre giovani trentenni; due di loro sono figli di politici, una senatrice arrogante e impicciarola e un consigliere comunale che si vanta di non aver mai fatto magheggi in venticinque anni di onorata carriera dentro le istituzioni.

Il concorso è inevitabilmente truccato a favore del pargolo un po’ tonto della senatrice, solo che il figlio del consigliere irreprensibile riesce a rubare la stessa raccomandazione in una scena assai grottesca.

L’ultimo giovanotto della compagnia è, invece,  il classico primo della classe, bravissimo al liceo e all’Università e già avvocato a tutti gli effetti. Solo che, poveraccio, fa il rider e consegna pizze, insomma e come si dice, primo a scuola e ultimo nella vita.

Ora questo film ci parla della precarietà dei giovani da un punto di osservazione e valutazione trito e ritrito. Con cliché assai banali e scontati, tipo i politici che fanno impicci, le raccomandazioni, lo studio che non serve a niente tanto il merito non viene mai premiato. E, in fondo, se i giovani d’oggi si trovano così messi male è colpa di quelli delle generazioni precedenti che si sono arraffati tutto. Nessun riferimento, che ne so, a un modello economico e sociale che genera la piaga della precarietà soprattutto tra i giovani. Niente. Qualche scenetta grottesca ma senza far ridere più di tanto e un finale a lieto fine, melenso e scontato. Insomma, e come dice un mio amico cinefilo (vero), un film che si poteva anche non fare. O forse e proprio non si doveva  fare. Al prossimo film.   

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