PADRI E FIGLI
Padri e figli. Non è il riferimento al celebre romanzo di Ivan Sergeevic Turgenev scritto in un secolo, l’ottocento, che per conto mio è il migliore riguardo alla qualità della produzione letteraria; né una botta d’insano patriarcato rivolto a fornire definizioni che escludono le donne anche nel ruolo di madri.
No, semplicemente, pensavo a questa definizione, a tale associazione di parole e sostantivi che definiscono ruoli di genere rigorosamente maschili, leggendo qualche notizia di cronaca politica.
Innanzitutto che si sappia, sappiatelo insomma, che Geronimo La Russa, figlio, appunto, di Ignazio Benito attuale presidente del Senato e con busto dell’impiccato nel salone di casa, è stato nominato presidente dell’ACI. Acronimo di Automobile Club d’Italia, un’associazione che tutela e salvaguarda gli automobilisti sparsi per il paese.
L’ACI, peraltro, mi suscita, quasi, una certa simpatia perché mi fa ripensare a una famosa scena di un vecchio film di Carlo Verdone con un tizio piuttosto maniacale che, prima di mettersi in autostrada con bagaglio e famiglia, telefonava proprio all’ACI del quale, evidentemente, era socio chiedendo notizie sul traffico e sulle condizioni meteo. Con la strepitosa risposta dell’uomo all’altro capo del filo che, irritato per l’assurdità delle domande poste, che chiudeva la conversazione con un perentorio e nordico ‘ma va a cagar’.
Ora, tuttavia e tornando al Geronimo figlio di cotanto padre, la domanda, per dirla alla Marzullo, sorge spontanea; quali competenze possiede questo tizio per fare il presidente dell’ACI, eletto, pare, con un consenso quasi unanime? E quale curriculum ha mostrato e proprio non si poteva evitare l’ennesimo caso di un figlio di qualche influente politico che riceve un’importante e ben retribuita carica in un ente pubblico? Evidentemente per questi signori al vertice delle istituzioni non conta solo il potere ma è necessario pure ostentarlo. Insomma, e citando il Marchese del Grillo interpretato da Alberto Sordi in un bel film di Mario Monicelli, poter dire ‘io so’ io e voi nun sete n’cazzo!’.
Poi, sempre parlando di padri e figli, leggevo di Pier Silvio figlio del povero Silvione che ha fatto alcune dichiarazioni parlando di politica. Elogiando la premier, la camerata Meloni, stroncando Matteo Renzi e dando una stoccata ad Antonio Tajani attuale segretario del partito fondato dallo stesso padre Silvione, che, comunque, ha incassato mestamente e senza permettersi di rispondere; insomma, come i caramba (più samba meno caramba giova sempre ricordarlo), sempre uso a obbedir tacendo. Col figlio come faceva col povero padre.
Solo che, leggendo le dichiarazioni di questo Pier Silvio, uno che ha
cinquantasei anni ben portati (e te credo!), mi sono fermato davanti a
una sua frase sul cosiddetto ‘ius scholae’ , ovvero sulla
proposta di modifica della legge sulla cittadinanza proposta da Forza Italia.
Ecco, Pier Silvio ha detto che non è una priorità. E, allora, ho pensato
ancora e te credo! Che ne sa questo bel rampollo nato e vissuto in
mezzo a qualsiasi agio e ricchezza della condizione di chi, pur nato in questo
paese o, comunque, soggiornante da diversi anni, si ritrova senza quella
cittadinanza che non è uno sfizio o un orpello ma uno status talvolta
necessario per godere di certi diritti? Tra i quali quello di votare meglio di
quelli che mandano in Parlamento uno come Ignazio Benito La Russa che, poi, col
busto dell’impiccato in salone, sistema pure il figlio che si chiama Geronimo
(solidarietà agli indiani d’America), all’ACI. Padri e figli, ecco. Come il
titolo di quel romanzo dell’ottocento che, presto, mi toccherà proprio leggere.
Alla prossima.

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