STILL LIFE di Uberto Pasolini

John May è un impiegato del comune di una cittadina britannica con una funzione assai singolare; quella di occuparsi dei funerali di persone che muoiono in assoluta solitudine. Aperto il fascicolo, fruga nelle case dei defunti alla ricerca di oggetti che consentano di risalire a qualche parente o amico che potrebbe partecipare alle esequie. La ricerca, quasi sempre, si rivela infruttuosa e, così, vediamo il nostro protagonista partecipare solitario al funerale dello sconosciuto, organizzando e bene il tutto, compresi discorsi e musiche. 

È apprezzabile e sorprendente lo zelo che questo mite impiegato mette nel suo lavoro. Lui stesso è un uomo solo e abitudinario. Una dedizione che, tutto sommato, gli costa anche il posto di lavoro quando un nuovo dirigente gli comunica l’inevitabile licenziamento. Occorre eliminare i rami secchi per ridurre i costi, afferma il cinico direttore e, poi, giù con i rimproveri al nostro John, colpevole di eccessiva lentezza, responsabile, in ultimo, di perdere troppo tempo per garantire, per quanto possibile, un dignitoso epilogo a persone morte nel peggiore dei modi, in solitudine. 

Così, nella seconda parte del film, il nostro impiegato si dedica alla sua ultima missione riguardante i funerali di un vicino di casa conosciuto di striscio. E riuscendo, stavolta, a rimettere insieme alcuni pezzi della vita di quest’uomo e a garantire la presenza al suo funerale di alcuni amici e parenti. Il nostro John, tuttavia, non potrà compiacersi di quest’ennesimo lavoro ben fatto. Un bel film, dolce, raffinato, a tratti commovente premiato a Venezia 2014 nella sezione Orizzonti. Una storia che fa riflettere sulla vita e, soprattutto, sulla questione decisamente attuale della rimozione del dolore; complessivamente una piacevole anche se amara commedia. Al prossimo film.   

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