EROI SPORTIVI
on mi capitava da qualche tempo di seguire con una discreta attenzione un
torneo di tennis. E che torneo! Parlo del torneo di Wimbledon, competizione che
si disputa sui terreni in erba di Londra e che rappresenta, il simbolo maggiore
di questo sport che si gioca colpendo una pallina con una racchetta.
E devo dire che mi sto divertendo cercando di rubare qualche segreto a
campioni che colpiscono la richiamata pallina a velocità impressionante.
Tuttavia, pur godendomi questo spettacolo non posso che irritarmi per un
paio di cosucce.
Innanzitutto, quella retorica nazional popolare che accompagna commenti e
cronache di eventi sportivi ogni qual volta partecipi un atleta o una squadra
italiani. E tale retorica cresce in diretta proporzione al valore e alle
possibilità di successo degli atleti in campo.
Ora, si da il caso che il tennis in Italia stia attraversando un periodo piuttosto fulgido. E’ italiano il numero 1 (uno) al mondo e tra i primi cento della classifiche ufficiali troviamo quasi una decina di tennisti con la cittadinanza del cosiddetto bel paese. Di santi, poeti e navigatori e, in questi anni, così pare, anche di tennisti.
Quindi, ecco, che dobbiamo sorbirci le narrazioni tricolori sul genio
italico e, quasi, dovremmo sentirci in colpa a tifare o semplicemente
apprezzare un tennista nato oltre le Alpi. Ad esempio, a me piace Novak
Djokovic, uno nato in Serbia e che giunto quasi a quarant’anni continua a far
correre a vuoto avversari ben più giovani di lui. E ho seguito con simpatia il
vecchio Novak anche durante il match contro Flavio Cobolli, un giovanotto che,
oltre che essere italiano, è pure romano e romanista.
Insomma, così come quando gioca la nazionale di calcio o nel corso delle
Olimpiadi, rivendico il sacrosanto diritto di tifare o simpatizzare per chi
voglio. Del resto detesto nazionalismi e nazionalisti.
Le imprese dei campioni del tennis, così come quelle di altre discipline
sportiva, sono, poi, accompagnate da narrazioni mistiche. Ora, mi chiedo, ma
non sarebbe sufficiente dire o scrivere che il tal dei tali maestro del dritto
e il rovescio è un eccellente tennista? E complimenti al suo talento e alla
costanza che ha nel coltivarlo. Ma, poi, non sopporto quando certi atleti
vengono descritti attribuendogli, quasi, l’aureola dei santi. O in modo da
rappresentarli come eroi nazionali. E, a parte il fatto che aveva ragione
l’immenso Bertolt Brecht nell’affermare che è triste il popolo che ha bisogno
di eroi, io, francamente, gli stessi eroi li cercherei altrove.. E ripenso, ad
esempio, a quei vigili del fuoco che, solo qualche giorno fa, si sono buttati
nel fuoco (non è una metafora) nell’incendio di Roma est nel tentativo di
salvare vite o soccorrere feriti. Loro sì. meriterebbero una medaglia al valore
altro che coloro che giocano divinamente il dritto e il rovescio. E anche la
volee. Con tutto il rispetto. Alla prossima.

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