CHIAMATEMI FRANCESCO di Daniele Luchetti.
Un film che è uscito nel 2015 quando er
poro Bergoglio era ancora vivo e vegeto e se la comandava dall’alto del
Cupolone, definito anche la Maestà in
un brano di Antonello Venditti, questo immortale.
Io, invece, quest’opera cinematografica (si dice così) di Daniele Luchetti
l’ho guardata per la prima volta soltanto ieri, in una calda serata di giugno
2025, col protagonista che ci ha lasciato solo qualche mese fa per abbracciare
(forse) il Signore che sta in cielo.
Ora, non siamo davanti a un biopic vero e proprio e, qualcuno nella rete
m’informa, che tutto ciò che viene raccontato non è del tutto validato dal
punto di vista della ricerca storica. Però siamo a un accettabile livello
d’approssimazione e tanto ci può bastare soprattutto se siamo costretti a
vivere col ventilatore costantemente acceso.
Tre fasi della vita di Jorge Maria Bergoglio diventato, poi, Papa
Francesco, vengono illustrate in questa pellicola lunga poco più di un’ora e
mezza.
Poi, Bergoglio, prende la sua strada, non riesce a fare il missionario in
Giappone, tuttavia diventa vescovo ausiliario nella Compagnia dei Gesuiti e ce
lo ritroviamo a dirigere un Collegio, appunto di Gesuiti, nella Buenos Aires
del tempo della feroce dittatura argentina guidata dal criminale Videla.
E’ questa la parte più interessante del film. Bergoglio è critico con la
dittatura, e ci mancherebbe pure, ma a modo suo. Nel modo del bravo cristiano
che compie pure qualche opera buona, tipo liberare due preti della teologia
della liberazione, dal carcere e dalla tortura e si prodiga per consentire la
fuga di qualche oppositore politico. Ma, tuttavia, condannando i metodi più radicali
della lotta al regime, come se i partigiani, per fare un esempio, si fossero posti
qualche problema etico e morale a sparare ai fascisti.
E, comunque, la sua figura in quel periodo tragico è sicuramente meritevole
se confrontata con quella di tanti banditi dentro la Chiesa che, invece, furono
complici del citato Videla e dei suoi compari.
Infine, a dieci anni dalla caduta della dittatura, lo ritroviamo ancora a
Buenos Aires al fianco di un cardinale bello paffutello con le pose da vero
democristiano, un tal Guarracino, al fianco dei poveracci dei sobborghi
metropolitani.
Quando continua a mostrare un apprezzabile senso d’umanità e cristiana
vicinanza con gli oppressi ma senza, per dirla come il vecchio Marx, mettere in
discussione, più di tanto lo stato di cose esistente. E, d’altra parte, il
nostro amato Karl non pensò mai, non dico di diventare Papa ma, neanche, di
fare il parroco in qualche chiesa più o meno sperduta.
In ultimo, un film complessivamente gradevole, assai didascalico e, tutto
sommato, non troppo agiografico. Dura poco, direi il giusto, e viene trasmesso
su Netflix. Se capita è da vedere, se non capita, pazienza. Al prossimo film.

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