AL CUP
CUP, un acronimo che indica centro unico di prenotazione. Si trova presso le strutture sanitarie ed è indispensabile per pagare i ticket prenotare visite, cambiare medico di base o altro ancora.
Sono andato in quello dell’ASL del quartiere in cui vivo, sfidando il caldo
già opprimente di questi giorni. All’ingresso c’è una macchina che distribuisce
i numeri. Di mattina, a differenza che nel pomeriggio, c’è un’impiegata
incaricata d’indirizzare gli utenti nella scelta del numero ‘corretto’ da
prendere e che spinge gli appositi bottoni. Una sorta di ausiliaria che mi ha
ricordato quei vigili che, con la paletta in mano, regolano il traffico quando
circolano troppe automobili. Oppure, imbarcandomi in riflessioni forse un po’
spocchiose e pessimistiche, alla piaga dell’analfabetismo funzionale. In fondo,
basterebbe leggere e, soprattutto, comprendere le indicazioni per non prendere
il numero sbagliato. Che ne so, quello del medico di base invece di quello che
da priorità per le visite in giornata.
La sala d’attesa è piuttosto affollata ma potrebbe andare peggio. Si fa
presto, dice sempre la brava impiegata
dopo aver preso il mio bel numero, un bel cinquantasei; mi piace
associare i numeri a qualcosa che mi viene in mente, tipo la smorfia
napoletana. Non sono l’unico, quando sul display appare il numero
quarantasette, un signore con una bella e squillante voce dice ‘morto che
parla’! Il cinquantasei, invece, lo associo alla famosa nevicata romana che non
c’entra nulla col caldo umido di questi giorni.
Mi metto seduto e provo a leggere il quotidiano appena acquistato. Ma sono
troppo distratto dal vociare di quest’umanità indistinta che cerca di risolvere
qualche problema attinente alla salute. E m’impiccio sui loro discorsi sperando
di cogliere qualche interessante spunto di riflessione che confermi o smentisca
le mie pessimistiche previsioni sul prossimo, imminente futuro.
Niente d’interessante. Due vicine di casa s’incontrano casualmente. Una si
chiama Maria, è una donna di una certa età un po’ acciaccata che confida di uscire
poco da casa nell’ultimo periodo perché, testuali parole, ‘nun ce la faccio più’. E, allora, le due amiche o conoscenti
cominciano a parlare di diabete. Il diabete, dice una delle due, la più giovane
e messa meglio in salute, afferma, perentoria, è un macello e causa un sacco di
problemi. Con le mie proverbiali ossessioni parossistiche non posso che
prendere nota e ripromettermi, per qualche secondo, d’ingerire meno zuccheri.
Io lo zucchero lo metto anche nel caffè che, invece, i puristi di questa
storica bevanda ingeriscono amaro. Come, spesso, sa essere la vita.
Arriva il mio turno e scopro di aver fatto il cosiddetto viaggio a vuoto.
Non ci sono ancora disponibilità per appuntamenti col medico al quale devo
rivolgermi per una visita di controllo. Ripassa prossimamente, mi dice la
gentile operatrice con tono assai cordiale. Non resta che andarmene senza, poi,
accusare una grande delusione. Perché l’eventualità di fare un buco nell’acqua
quando ci si reca al CUP è tutt’altro che remota. E prendere un appuntamento è
difficile quasi quanto raggiungere il quorum per un referendum. Esagerazione
dialettica, lo so. Poi, salgo in macchina, apro i finestrini e accendo la
radio. Claudio Ranieri non ha accettato la proposta di guidare la nazionale di
calcio, resterà a svolgere, in esclusiva, l’incarico di dirigente della Roma.
Meglio così. Molto meglio. E la prossima settimana tornerò al CUP nella
speranza di farcela. E cercando di ridurre il consumo di zuccheri perché il
diabete è causa di un sacco di robaccia. Evidenze mediche e saggezza popolare, Alla
prossima.

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