REFERENDUM
Otto e nove giugno prossimi, un sabato e una domenica e in Italia si voterà per cinque referendum; quattro su questioni legate al lavoro e al famigerato ‘job act’ e l’ultimo, ma non ultimo, relativo alla legge sulla cittadinanza.
Il referendum è uno di quegli istituti di democrazia diretta previsti nella Costituzione. Insieme all’iniziativa popolare e alle petizioni, di gran lunga lo strumento, appunto di democrazia diretta, più utilizzato da quando fu realmente introdotto con una legge che ne regolamentava forme e utilizzo; una legge emanata, addirittura, nel 1970.
E il successo dei referendum si lega, soprattutto, a quei fantastici anni 70. Nel 1974 si votò per abrogare o meno la legge che consentiva alle coppie unite in matrimonio di separarsi. Io ero piccolo e di quel giorno, storico per il paese in cui viviamo, correva il 12 maggio del 1974, ricordo solo un’atmosfera malinconica che si respirava in casa perché la Lazio aveva vinto il primo scudetto della sua storia. Ma dimmi tu, un giorno così decisivo per la conquista dei diritti civili mischiato (mi si consenta) a una roba simile. Ma tant’è.
Non avevo l’età come la vecchia Nilla Pizzi neanche nel 1978 quando si votò per un altro importante, fondamentale diritto, quello dell’aborto.
Peraltro per chi come me ha sempre frequentato quegli ‘ambientacci’ libertari e un po’ anarcoidi dove ‘non si delega niente a nessuno’ e ‘padroni di niente e servi di nessuno’, il referendum ha rappresentato spesso un’eccezione alla scelta astensionistica.
E ricordo il mio convinto voto contro il nucleare, anno 1987, forse la prima volta che misi una croce per un quesito referendario. In seguito, anche grazie all’eccessivo protagonismo politico di certi personaggi, l’istituto referendario ha perso forza e anche credibilità. Del resto, se tanti non vanno più a votare per le elezioni politiche o amministrative non stupisce la scarsa partecipazione in occasione di quesiti referendari. E in questi ultimi anni abbiamo assistito a consultazioni referendarie rese inutili dal mancato raggiungimento del quorum. Con qualche significativa eccezione come e ad esempio quella del referendum sull’acqua pubblica che fu partecipato e vincente. E ricordo pure una bella e gioiosa festicciola in piazza che lasciava presagire un domani luminoso mentre ancora governavano barcollanti in Italia e a Roma, rispettivamente il povero Silvione e quel birbantello del camerata Alemanno con tanto di celtica al collo.
Ora a giugno ci saranno questi referendum e da destra dicono che bisogna stare a casa. Lo ha detto pure il presidente del Senato, il camerata Ignazio Benito La Russa, e quel beota di Matteo Salvini che ha precisato che starà con i figli; ecco, e a proposito, solidarietà ai figli di Salvini e, mi raccomando, inventatevi una scusa e dategli buca.
Io, invece, andrò a votare convintamente e decisamente. Se, poi, il camerata
La Russa ha invitato a stare a casa, allora c’è un altro splendido motivo per
uscire e partecipare a questi referendum. Alla prossima.

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