DIALETTI

A casa mia si parlava in dialetto. E anche quando ci si riuniva in famiglia in occasione, soprattutto, delle feste ‘comandate’. E più si andava indietro con le generazioni, più il dialetto si faceva forte, includendo parole e termini ormai lontani da quel comune linguaggio che si sentiva quotidianamente. Era un dialetto assai colorito il romanesco, una ‘lingua’ che non ammetteva troppi complimenti e tendeva a un’estrema sintesi. Condito, spesso, da parole poco edulcorate, le cosiddette ‘parolacce’ che, secondo certi e ipocriti dettami pedagogici, i bambini e i ragazzi non potevano usare pena, almeno, una dura reprimenda.

Consideravo, quindi, il dialetto come la forma ordinaria di espressione in dialoghi colloquiali con amici e conoscenti. L'italiano ’corretto (o quasi) lo sfoderavo esclusivamente in occasioni solenni e impegnative. A scuola durante le interrogazioni o quando, che ne so, chiedevo un’informazione a qualche personaggio che si presentava, magari, vestito bene e con gli occhialoni da intellettuale. Insomma, l’italiano corretto’ era un po’ come quei vestiti eleganti che si sfoggiano durante rigorose e impegnative cerimonie, che ne so, in occasione di battesimi, comunioni o matrimoni.  Per il resto c’era il ‘casual’ del dialetto molto più comodo e diretto.

Poi, quando andai all’Università m’imbattei in alcuni ragazzotti per lo più usciti da qualche austero liceo classico che usavano, anche in situazioni informali, parlare con la corretta lingua italiana. Quindi, senza reminiscenze dialettali e senza, neppure, quell’abitudine che abbiamo noi romani di troncare le parole omettendo, magari, l’ultima sillaba. Perché tanto si capisce lo stesso e come diceva lo straordinario Gigi Proietti il romano, per sua natura è pigro. Quindi troncature e niente doppie consonanti.

Tornando, invece, a quei ragazzotti usciti indenni dagli studi classici (beati loro ma lo avrei capito solo dopo), io li guardavo quasi con compassione e tenerezza, considerandoli degli insopportabili figli di papà o di mamma assai viziati, un po’ babbei, insomma, e come si diceva dalle mie parti di periferia o di borgata, dei veri e propri ‘soggettoni’ che sapevano ben poco della vita vera.

Però si esprimevano bene e soltanto in seguito, dopo un normale processo di crescita, compresi come le parole che usiamo sono importanti e decisive e definiscono la nostra capacità di pensare, di ragionare.

Tuttavia, il dialetto continua a piacermi anche se subisce nel tempo trasformazioni che lo rendono sempre più spurio. Osservavo qualche giorno fa, all’uscita di un centro sportivo dove avevo terminato la mia breve sessione d’allenamento e, dopo una refrigerante doccia, mi gustavo una rilassante sigaretta, due ragazze che conversavano, come dicevo prima, in forma colloquiale e amichevole. Nelle loro parole, nel loro accento, c’era ben poco di quel bel dialetto romanesco. Nulla se raffrontato, che ne so, a mio nonno che usava parole che, probabilmente, ai pischelli d’oggi sembrerebbero idiomi sconosciuti quanto quelli di una lingua straniera. I dialetti, insomma, sono destinati a sparire o, comunque, a trasformarsi in linguaggi ben diversi da quelli che si parlavano a casa mia. Prima che incontrassi i ragazzotti dell’Università con il loro ‘italiano’ corretto e fluente, Alla prossima.

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