SALMONARI
Succede talvolta durante spassose e oziose chiacchierate con amici, compagni,
fratelli e sorelle di provata fede romanista, di chiedere se ci sarebbe
maggiore soddisfazione a seguito di un trofeo vinto dalla Roma o da una
retrocessione in serie B della Lazio. Da soggetto razionale, ateo e
materialista di primo acchito non posso che propendere per la prima ipotesi pur
non trascurando l’immensa gioia e soddisfazione che procurerebbe la seconda
opportunità.
Ora ripensavo a questa cosa qui dopo quanto avvenuto nella serata di
giovedì diventata, poi, quasi notte con l’eliminazione della Lazio dai quarti
di finale di Europa League per mano di una squadra norvegese non proprio
irresistibile. E ripensando a quanto successo dopo, all’incredibile esultanza
manifestata e condivisa con i tanti e citati amici, compagni, fratelli e sorelle
di fede romanista.
Non c’è da stupirsi, il tifo contro, in fondo, è sempre esistito anche se,
poi, i soliti nostalgici di un passato chissà quanto reale o immaginario ci
ricordano che una volta era diverso; c’era, dicono, uno sfottò più ironico e
intelligente, i derby si vedevano insieme, romanisti e laziali mano nella mano
(mah), e chi perdeva doveva onorare la scommessa fatta col suo avversario
travestendosi in una sorta di penitente tra il trastullo di chi assisteva alla
cerimonia.
In effetti la rivalità tra le due tifoserie è stata forte sin dai primi
derby disputati sul finire degli anni venti del secolo scorso e, per averne
conferma, basterebbe ritrovare qualche vecchio articolo di giornale. Ma tant’è.
Tornando, invece, alla serata di giovedì rivelatasi poi magica, mi preme
soltanto manifestare il mio disaccordo nei confronti di coloro che, almeno a
parole, si sono augurati di viverne altre simili. Personalmente, sfoggiando
un’insospettata prudenza e morigeratezza, preferirei risparmiarmi altre e simili
emozioni e non vedere più la Lazio disputare una competizione europea con il
rischio di arrivare fino in fondo.
Perché se fossero passati si sarebbero ritrovati in semifinale e, poi, va a
sapere quel che poteva succedere.
E a questo pericolo, confesso, ci ho riflettuto per giorni e giorni
pensando ai possibili modi di trascorrere la serata di giovedì. Chiudersi in un
cinema preferibilmente senza collegamento internet, fare una lunga passeggiata
o affrontare la croce della sofferenza guardando la partita. Alla fine, seppur
a tozzi e bocconi, ho fatto l’ultima che ho detto; mi sono visto la partita
seppur con qualche pausa necessaria a contenere l’ansia entro limiti
tollerabili. Quindi, con frequenti passaggi col telecomando che mi proiettavano
nella visione di altre partite o, addirittura, all’ascolto di dibattiti
politici con personaggi pure di dubbio gusto. Ma, in certe situazioni, meglio
l’irritazione che la sofferenza. Poi, poco prima della mezzanotte e dopo tempi
supplementari e rigori è finita e nel migliore dei modi. Con tutta la gioia
condivisa che, per quanto mi riguarda, sa tanto di pericolo scampato. Perché va
beh non vincere niente con la Roma ma vedere quest’altri sognare un titolo
europeo mi pare troppo. Neanche avessimo fatto qualcosa a Gesù Cristo o chi per
lui. Tanto che siamo quasi a Pasqua. E sempre forza Roma, alla prossima.

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