IL SENATORE E I TIFOSI
A margine, molto a margine, del derby della capitale conclusosi come noto, ormai, quasi a tutti, con un salomonico pareggio che non autorizza sguaiati festeggiamenti ma, neppure, cagiona crisi biliari o depressive, c’è questa storia degli scontri prima della partita.
E di quanto accaduto dopo, non dico rispetto a indagini, arresti e quant’altro, materia che mi limito ad assumere come oggetto d’informazione personale senza esprimere alcun giudizio di sostanza o di merito, quanto per tutto quello sciocchezzaio pseudo sociologico che segue, normalmente, tali vicende.
Ho letto, ad esempio, che un presidente di un club calcistico che, incredibilmente e poveri noi, fa anche il senatore della Repubblica, ha sciorinato la solita frasetta trita e ritrita; così, riferendosi ai protagonisti degli scontri della scorsa domenica in prossimità dello stadio Olimpico ha affermato, sicuro e perentorio, questi non sono tifosi ma semplici delinquenti.
Un’interpretazione, questa, che ritroviamo comunemente dopo qualsiasi scontro violento da stadio e che, per i rappresentanti dei club calcistici, suona anche un po’ autoassolutoria.
In realtà, avendo vissuto la passione calcistica nelle diverse fasi della mia vita con differenti forme di partecipazione, mi sento, invece, di affermare una tesi assolutamente contraria a quella esposta, da buon ultimo, dal menzionato ma non citato presidente di calcio e senatore. Ovvero, che le persone protagoniste degli scontri di domenica scorsa sono assolutamente tifose della propria squadra; anzi, e aggiungo, sono più tifose delle altre, perché si sentono di appartenere a una specie di ‘milizia’ in servizio permanente ed effettivo per il proprio club di appartenenza.
Confesso, che ho vissuto la mia fede calcistica in tempi nei quali non avevo segni sul viso e problemi lombari, dalla parte del tifo organizzato, di quello delle curve, degli ultras o, meglio e come si diceva prima, degli ultrà senza la s finale.
Ricordo i derby di quegli anni; non solo i novanta e passa minuti della
partita ma anche e, direi, soprattutto quello che veniva prima; la preparazione
delle scenografie e degli striscioni e l’arrivo allo stadio con gli inevitabili
scontri con i rivali. Ricordo ancora un appuntamento, prima di un derby
autunnale all’inizio degli anni 80, alla stazione Termini, all’ex Lampada Osram
quella che ispirò pure il vecchio Claudio Baglioni in una canzone d’amore un
po’ malinconica; eravamo, come si diceva e si dice ancora, davvero una cifra,
prendemmo la linea A della metropolitana riempiendo alcuni vagoni e impedendo,
di fatto, a qualche malcapitato di scendere prima della nostra stazione
d’arrivo, quella di Ottaviano. Poi, un corteo a piedi e l’arrivo alla ‘Palla’,
davanti allo stadio dove, normalmente, ci si scontrava con i tifosi rivali. E,
ricordo, che non ci sentivamo dei delinquenti efferati ma dei tifosi, anzi, ci
sentivamo più tifosi di quelli che andavano in altri settori dello stadio o
che, nella stessa curva, non si posizionavano dietro ai nostri striscioni. Ci
sentivamo a guardia di una fede, un po’ come crociati fuori tempo massimo; con
l’impegno continuo di dare lustro ai nostri colori e alle nostre bandiere.
Anche scontrandoci con i tifosi avversari. Insomma, tutto questo pippone, per
dire che se si vuole davvero capire il fenomeno degli stadi, delle violenze,
degli incidenti, occorrerebbe intanto smettere di rifugiarsi dietro frasette di
rito tipo quelle del senatore, Che, poi, se quel tizio sta in Senato viene da
pensare che questo paese ha problemi assai seri. Forse, e senza far del
benaltrismo, più seri di quelli degli incidenti da stadio. Alla prossima.

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