ANCORA DERBY

Sono costretto a ripetermi; il derby fa male alla salute e dovrebbero scriverlo pure sul biglietto che da il diritto di accesso allo stadio. Invece, quando si gioca (si fa per dire) in trasferta, società ospitante la Lazio, questi sul biglietto di curva sud ci scrivono curva Maestrelli. Hanno intitolato a un loro monumento storico, Tommaso Maestrelli l’allenatore del primo scudetto biancoceleste nel 1974, una curva che, nelle partite casalinghe della Lazio – derby escluso – risulta sistematicamente semideserta. Insomma, questa cosa si potrebbe configurare, addirittura, come una mancanza di rispetto nei confronti del povero Tommaso, che, peraltro e non tutti sanno che, fu pure giocatore e capitano della Roma nella stagione più funesta della nostra storia, quella dell’unica retrocessione in serie B. E l’accenno alla serie cadetta, in questo rapido e ormai indolore riassunto dell’ennesimo derby giocato in una domenica d’aprile, quella delle Palme, non è puramente casuale.

Al derby ci si arriva sempre nello stesso modo, con le stesse tensioni, le medesime ansie e con la paura di perderlo che è maggiore, quasi, della voglia di vincerlo.

Loro giocano pure una partita di coppa di giovedì in Norvegia ai limiti del polo nord e pare chissà quale impresa stiano facendo; prendono due gol ma potevano prenderne quattro o cinque e danno l’impressione di pensare più a noi che all’Europa. Ma tant’è.

Come me la sento prima di giocare derby? Maluccio in realtà, perché la Roma che pur ha inanellato una serie di risultati positivi in campionato mi sembra declinante senza il suo miglior giocatore infortunato, e, poi c’è una serie inquietante di cosiddetti ‘grandi numeri’. Andando in ordine sparso, Claudio Ranieri non ha mai perso un derby, la Roma non ha mai perso in campionato in quest’anno solare e la Lazio non vince in casa da febbraio. E, ancora, la Roma è imbattuta negli ultimi tre derby, due vinti e uno pareggiato. Cose alle quali avevo pensato con sacro terrore per giorni ma che mi vengono pure ricordate da un fratello romanista poco prima dell’inizio del match. ‘La vedo male perché aricordate, mi dice gesticolando all’italiana anzi alla romana, che li zero so’ destinati a diventà uno’. Ecco fatto penso mentre mi accingo a scendere gli scalini che mi portano verso la parte inferiore della curva come il ghigliottinato in attesa dell’esecuzione. E l’andamento del match proprio non mi conforta. La Lazio macina gioco ed occasioni mentre i nostri arrancano. Esemplificativo un siparietto al quale assisto verso la fine del primo tempo quando l’irascibile ma imparziale Sozza di Milano concede un solo minuto di recupero; un po’ pochino dice un tizio ma un altro più saggio lo richiama all’ordine. Meglio così sentenzia questo saggio metropolitano ricevendo il mio autorevole assenso.

Si spera, quindi, che la Roma faccia meglio nella ripresa anche perché far peggio del primo tempo sembra un po’ complicato. E, invece, pronti e via e loro fanno gol da un cross da calcio piazzato che io, evidentemente, non vedo ‘live’ perché quando la Lazio attacca abbasso la testa o mi giro dall’altra parte perché certe sconcezze a una certa età non le tollero più. Però quando rialzo la capoccia mi guardo il capellone loro che incita la sua gente e mi appello al (tanto) tempo che manca alla fine, alla capacità di reazione dei nostri e, perché no, allo stellone che accompagna nei derby il nostro mitico Claudio Ranieri. La reazione ci sta, il pareggio pure con un incredibile tiro da fuori dell’argentino Soulè che sbatte sulla parte interna della traversa e ricade oltre la linea bianca. Momento di panico, è entrata o   non entrata, poi l’arbitro guarda l’orologio che suona (la famosa goal tecnology) e indica il centrocampo. Possiamo esultare, intanto nelle mie nervose peregrinazioni per la curva mi sono ritrovato vicino al boccaporto e mi abbraccio con un tizio dall’aspetto non totalmente commendevole e con il quale chissà se prenderei mai un caffè.

Gli ultimi minuti, quelli dopo il pareggio, sono roba da chirurgia da sala operatoria senza anestesia. A me il pareggio va benissimo anche se intorno sento gente che dice che bisogna rischiare tutto per vincere. E qui lo dico chiaramente, in occasione dei derby divento un uomo saggio e prudente e così quando il direttore di gare emette i tre fatidici fischi finali mi prendo il pareggio e torno a casa assai sereno. Serenità che diventa moderata soddisfazione quando, tornato a casa, rivedo gli highlights e  mi rendo conto ancor di più di quanto insufficiente sia stata la prestazione dei nostri giocatori. E in queste circostanze bisogna fare di necessità virtù e limitare i danni. Anche perché, a dispetto di quanto detto dal fratello romanista incontrato prima della partita, gli zero non si sono trasformati in uno. E meglio così e meno male che il prossimo derby si giocherà tra qualche mese e dopo l’estate. Perché di una cosa sono sicuro; che fa male, ma tanto male alla salute. 

Alla prossima. 

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