IL VECCHIO LIBRETTO

Leggevo, proprio qualche giorno fa, un interessante articolo pubblicato su una rivista on line riguardante le ‘Indicazioni nazionali per la scuola dell’infanzia e primaria’, diramate recentemente dal ministero dell’istruzione ( e del marito…) guidato dall’ineffabile e leghista Giuseppe Valditara.

E rileggendo le doviziose, inevitabili e sacrosante critiche che l’estensore dell’articolo muoveva al ministro e al citato documento, mi tornava in mente, non tanto la scuola dei miei tempi quanto, addirittura, quella dei miei genitori se non dei miei nonni.   Un salto temporale che riporta indietro fino agli anni cinquanta del secolo scorso, quello dell’immediato dopoguerra e prima di quella ‘rivolta studentesca’ del 1968. Ecco l’ossessione di questi tipi che stanno al governo e che vorrebbero che la scuola insegnasse non

 al pensiero critico o ma producesse, esclusivamente, giovanotti addestrati e disciplinati, decisamente pronti a inserirsi in un mondo del lavoro sempre più precarizzato e sottopagato.

Ma, oltre le analisi critiche, riflettevo su quei meccanismi di sorveglianza e controllo imposti nelle scuole dove, pare, non si possa più ‘bigiare’ o, come meglio si dice dalle mie parti, fare sega.

Da tempo, ormai, la tecnologia consente un controllo capillare e senza pause di giovani e adolescenti. Ci sono i registri elettronici pubblicati sui siti del diversi istituti dove i genitori, o chi ne fa le veci, possono verificare le assenza dei propri pargoli.

Ricordo con qualche nostalgia il tempo dei vecchi e cari libretti delle giustificazioni; blocchetti rigorosamente cartacei con foglietti da compilare ogni qual volta si saltava un giorno di scuola. Nome, cognome, classe frequentata e indicazione della causa dell’assenza. E, ricordo, che andavamo molto in voga i cosiddetti ‘motivi familiari’ che, in fondo, come le robe buone per tutte le stagioni, potevano significare di tutto e di più. Dalla classica dipartita di ‘pora nonna’ a una cerimonia alla quale non si poteva mancare, fino alla visita più o meno programmata a parenti vicini o lontani. Normalmente, si usava questa causale, motivi familiari, quando non si poteva ricorrere a giustificazioni più credibili; tipo una fastidiosa influenza o altro malanno di stagione o legato alla crescita.

E le seghe? Personalmente ne ho fatte sempre poche, perché la scuola, tutto sommato, mi piaceva e, poi, non avevo problemi a comunicare ai miei genitori l’intenzione di non recarmi a  scuola. Preferivo, questo sì, saltare la scuola per scioperi o manifestazioni che, chiaramente, dovevano essere rivendicati e non nascosti.  Tuttavia, marinare la scuola all’insaputa dei genitori, magari inventando una firma falsa sul libretto delle giustificazioni, rappresentava, comunque, un momento di crescita. Ci si strutturava, ecco. Oggi, invece e come correttamente argomentato dall’estensore dell’articolo accennato, i ragazzi saltano la scuola col beneplacito dei loro genitori. Tutto così poco romantico e dentro un meccanismo di controllo e sorveglianza che trovo, davvero, poco tollerabile. Ma cosa aspettarsi con un leghista a capo dell’istruzione? Alla prossima.

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