FARE GOL NON SERVE A NIENTE di Luca Pisapia

Conversando qualche anno fa con un amico durante una delle innumerevoli trasferte al seguito della mia squadra del cuore, mi ritrovai a condividere un punto di vista in realtà non molto popolare. Quello che il calcio, il mondo del pallone, è sempre stato uno sporco gioco di affari, un business, essendone mutate nel tempo esclusivamente le dimensioni quantitative e le modalità qualitative. Insomma, non è mai esistita un’età dell’oro, un tempo eroico durante il quale il pallone era uno sport davvero popolare e per la gente, praticato da calciatori che oltre alle doti sportive possedevano anche quelle umane. Di fronte a quest’inguaribili e inconsolabili nostalgici mi ritrovo spesso a sfoderare nozioni storiche. Penso al calcio degli anni settanta, quello che iniziai a seguire da bambino, col doping, gli arbitri che incidevano molto più che ora sullo svolgimento regolare dei tornei, le partite truccate e tanto altro.

Quindi, ho sempre seguito il pallone senza pensare a un tempo nel quale lo stesso era vergine. Il pallone è sempre stato sangue e merda sin dalle origini e questo è lo spunto per iniziare trattati e analisi in materia assunto da Luca Pisapia, giornalista e scrittore e autore di questo ‘Fare gol non serve a niente’ , saggio (o romanzo) che ho appena terminato di leggere.

Libro non troppo lungo e nel quale il nostro autore ripercorre le tappe della trasformazione di questo sport, in molti paesi occidentali il più seguito e praticato, dalla fondazione in un pub di Londra alla fine dell’ottocento fino ai giorni nostri. Da quando il pallone di cuoio veniva trasportato sulle navi mercantili alla nostra contemporaneità dove il calcio è soprattutto produzione e distribuzione d’immagini e circolazione di flussi finanziari immateriali. Con il debito sempre più ingente dei club calcistici che diventa, paradossalmente, una risorsa e un volano per ulteriori sviluppi, la dittatura dei network che distribuiscono immagini e video di partite di calcio, la necessità di giocare sempre più partite a qualsiasi ora e in qualsiasi giorno che Dio, o chi per lui, comandi.

Un libro che, a mio parere, presenta tuttavia qualche limite. Un po’ saggio, un po’ romanzo, quasi un minestrone talvolta difficilmente digeribile. E certe tematiche legate al pallone, ben delineate, potevano essere spiegate meglio, in modo più semplice e chiaro.

Per il resto, nulla da eccepire, e perfetta condivisione del punto di vista dell’autore che scaccia qualsiasi nostalgia riferita a improbabili periodi romantici e dell’oro che avrebbero attraversato il mondo del calcio. E già negli anni settanta, un celebre allenatore – Manlio Scopigno detto il filosofo . avvertiva ironicamente che nel calcio la cosa più pulita e il pallone. Aggiungendo, quando non piove.

Tuttavia, pur nella consapevolezza che il calcio è una ‘monnezza’ e che, come dice l’autore fare gol non serve a niente, continuo a sentirmi male per la mia squadra del cuore. Perché in questi casi ripenso alla battuta di un mio compagno e ‘correligionario sportivo’ che diceva, quando vado a vedere la Roma, resetto tutto.

Libro comunque da leggere anche se, dopo, sono utili altri approfondimenti sull’argomento. Sempre che se ne abbia voglia e interesse. Alla prossima lettura.  

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