DECISIONISMO
Vado in crisi ogni qual volta debbo prendere una decisione. E non si tratta,
sia ben inteso, di scegliere tra differenti soluzioni che possano risolvere o
meno chissà quale questione.
Generalmente si tratta di decidere se rispondere positivamente o meno a un
determinato e ricevuto invito, oppure, con quale mezzo effettuare un certo
viaggio. Con tutte le implicazioni, comprese quelle dei costi ed è evidente che
se uno fosse ricco tanti problemi sparirebbero velocemente. E anche le
decisioni sarebbero più rapide.
Decidere, ecco. Viviamo in una società, in un contesto dove viene esaltata,
appunto, la capacità decisionale, l’abilità nel fare scelte rapide ed efficaci.
Anche le architetture istituzionali degli Stati sono state trasformate e
modellate nel tempo per rispondere a questa necessità. Così i Parlamenti,
luoghi nei quali, quasi per definizione, si ragiona e si discute, quindi, si
perde tempo, sono stati svuotati di poteri e competenze destinati sempre più
agli esecutivi. E, anche all’interno degli esecutivi, si rimanda, spesso, la
decisione a comitati ristretti di ministri, oppure, al solo presidente
coadiuvato da un nugolo selezionato di fedelissimi.
Io, invece, sono cresciuto in ambiti politici e sociali dove si esaltava la
‘pratica assembleare’, il dibattito, ecco. Ricordo lunghe riunioni dalle quali
spesso si usciva senza aver deciso nulla perché anche il più isolato degli
oppositori a una linea comune (mi scuso per l’infelice espressione linea
comune), meritava rispetto e attenzione e doveva, comunque, essere raccolta in
una definitiva sintesi.
Probabilmente le mie indecisioni sono anche il prodotto di simili percorsi
formativi oltre che di disturbi della personalità.
Perenni indecisioni che alimentano, poi e inevitabilmente, rimpianti su
quel che sarebbe stato meglio fare. Tanto che, forse, sarebbe meglio non decidere
nulla e lasciarsi travolgere dagli eventi. Come uscire senza un ombrello e
ritrovarsi sotto un’improvvisa e imprevista pioggia. Alla prossima.

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