CANTARE

Non canto e non ballo. E neanche suono. Lo affermo all’inizio di questa settimana che nel nostro bel paese, un tempo terra di poeti, santi e navigatori, è dedicato alla maggiore kermesse musicale dell’anno. Che io, tuttavia, non guarderò e, non tanto per fedeltà a un’abitudine ormai consolidata, ma, anche, perché ho di meglio da fare. Almeno spero. 

Però, tornando all’inizio, ecco; riconosco una certa invidia nei confronti di coloro che, almeno di tanto in tanto, iniziano a canticchiare senza alcun imbarazzo. E, probabilmente, senza alcuna ansia da prestazione. Cantare fa bene anche se si è stonati, ecco. 

Io, al massimo, posso abbozzare qualche strofa di canzonette più o meno celebri mentre faccio la barba.  O, comunque, in situazioni dove nessuno, ma proprio nessuno, possa scoprirmi e, perché no, prendermi in giro. Ma con quella voce rauca e stonata ma cosa ti canti? 

Ballare, poi! Sarò andato in discoteca o, comunque, in uno di quei locali dove si danza, da soli o in compagnia, un numero tanto esiguo di volte nella mia vita che, forse, basterebbero le dita delle due mani per contarle. 

Quando ero un pischelletto, poi, andare in discoteca, preferibilmente il sabato sera, rappresentava uno degli sballi più in voga tra i miei coetanei. Una roba alla quale mi sottraevo volentieri, fiero di dedicarmi a cose ben più serie e impegnate. 

Però è successo anche a me di frequentare uno di quei posti dove mettevano la musica a palla, tanto forte che non riuscivi neanche a scambiare due chiacchiere con l’amico più vicino. Provavo a entrare in pista, preferibilmente dopo aver bevuto qualcosa che scardinasse, almeno un po’, i miei freni inibitori. I miei balli, chiaramente erano goffi e al limite del ridicolo. Tanto che smettevo appena possibile forte della prima scusa plausibile; tipo devo andare in bagno. 

E ricordo ancora un tempo nel quale andavano tanto le scuole di ballo con particolare predilezione verso i modelli sudamericani. Io, chiaramente, ne stavo bene alla larga. 

Quindi non canto, non ballo e neanche suono. Ecco, dell’ultima cosa, suonare me ne dispiaccio. Mi sarebbe piaciuto imparare a suonare uno strumento. Una chitarra o, perché no, anche quel piccolo flauto che faceva parte, suo malgrado, del programma di educazione musicale della terza media. Tempi lontani ma c’era già Sanremo che io, evidentemente, non guardavo. Alla prossima. 

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