NAPOLI NEW YORK di Gabriele Salvatores

Avevo intenzione di guardare questo film – ‘Napoli New York’ di Gabriele Salvatores – già un paio di mesi fa, quando è stato messo in programmazione nei cinema. Poi, per una serie di circostanze e d’imprevedibili incastri, mi ero quasi rassegnato ad attendere la messa in onda su qualche canale televisivo.

Sono riuscito, invece, a guardare questa piacevole pellicola in un sabato di pioggia, proiettato in un’ora pomeridiana addirittura precedente a quella del the.

Il film riprende, addirittura, un dattiloscritto di Federico Fellini e Tullio Pinelli datato 1948 e, poi, abbandonato chissà perché. Ritrovato dal nostro Salvatores nel 2005 e, dunque, preso come spunto per il film in questione.

Film che inizia con le scene ambientate in una Napoli del dopoguerra popolata da gente che cerca, in qualsiasi modo, di mettere insieme il pranzo con la cena. O, almeno, una delle due.

Ci sono due ragazzini soli e senza famiglia; lo sveglio Carmine e la minuscola Clementina che ha perso la mamma a seguito di un drammatico bombardamento nel corso della guerra.

I due bambini si danno da fare in tutti i modi, con contrabbando e piccoli e innocui furtarelli. Clementina sogna di andare a New York dove tiene una sorella trasferita da qualche tempo proprio nella grande mela.

I nostri due piccoli eroi riescono, quindi, a imbarcarsi clandestinamente su una nave diretta proprio negli Stati Uniti e trovano nuovi e interessanti personaggi. Un cuoco trafficante che, poi, si rivelerà assai migliore di quanto sembrasse,, un comandante assai dedito all’alcool e, soprattutto. Il commissario di bordo interpretato da un bravo Pier Francesco Favino, il classico italiano trapiantato negli States, simbolo vivente dell’emigrante che, in qualche modo, ce l’ha fatta.

Senza la pretesa e neanche la voglia di raccontare il film, devo dire che ho trovato questa proiezione assai piacevole. Insomma, si fa guardare, affrontando o, almeno sfiorando, argomenti anche complessi e che potrebbero sollevare riflessioni attuali. Tipo, quando gli emigranti erano italiani e, spesso, venivano trattati come ‘appestati’ nell’opulenta America. Vengono in mente accostamenti con la condizione dei migranti di soggiorno nel nostro paese e nella fortezza Europa ai nostri tempi. Nel film, c’è tanta umanità, un dispendio di solidarietà condivisa da persone che, in fondo, condividono la medesima situazione sociale.

Forse, e questo è il limite del film, c’è troppa fiaba e poco sano realismo nonostante qualche riferimento, qui e là, a Roberto Rossellini e Vittorio De Sica. Sembra, insomma, la rappresentazione di un mondo troppo buono dove tutti sono sempre disposti ad aiutare gli altri con passaggi nel corso della trama quasi scontati e, inevitabilmente, a lieto fine.

Tuttavia, senza troppe raffinate disquisizioni, il film mi è piaciuto e la sua visione consente di trascorrere bene un paio d’ore. Pur con la consapevolezza che la realtà, spesso, è ben diversa dalle fiabe. In ultimo, e per quanto conta, mi sento di consigliarne la visione. Alla prossima sala.

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